Choosy, maybe not


Testimonianza di arenauta per stimolare il dibattito. I commenti sono benvenuti.

Approfitto dello scandalo di turno per raccontare la mia storia. Non voglio schierarmi a favore o contro o fare politica, ma solo raccontarvi un esempio positivo, se avrete la pazienza di leggermi. I fatti di cui vi parlo si sono svolti circa sei anni fa.

A 26 anni avevo già in tasca una laurea e 2 master, uno in sviluppo internazionale e uno in comunicazione e marketing. Nonostante ciò e nonostante la crisi economica non fosse ancora arrivata, non speravo certo di trovare un contratto a tempo indeterminato (o anche determinato!) sotto l’albero di Natale. Quante candidature avevo già inviato! Per farla breve, invece di fare la “choosy”, o la schizzinosa che dir si voglia, e principalmente per sbarcare il lunario, ho messo degli annunci per fare la babysitter davanti a varie scuole del mio quartiere. Con una laurea e due master? Sì, perché no?!

Fortuna volle che mi chiamasse una signora gentilissima, con due bimbi molto carini (ma non sempre angelici…) di cui ho cominciato ad occuparmi nei pomeriggi, dopo la scuola, continuando a mandare CV nel resto del tempo, indirizzandoli ad agenzie di comunicazione, di sviluppo sostenibile, di relazioni pubbliche, di gestione di crisi, di fundraising… forse avrei voluto lavorare per una ONG, forse per un’organizzazione internazionale… Insomma, fare la babysitter non era il lavoro dei miei sogni, ma l’ho fatto con molto entusiasmo e serietà, al punto che la signora mi ha fatto “pubblicità” presso amici e parenti.

Ho avuto così occasione di fare la babysitter per qualche altra famiglia, tra cui una in cui i bambini erano tre. Un sabato sera, al ritorno dei genitori, il padre (che non avevo mai visto prima) mi chiede cosa faccio nella vita oltre alla babysitter, dato che la moglie gli aveva accennato che qualche titolo di studio in tasca ce l’avevo. Ho risposto che cercavo lavoro. Il signore mi ha allora proposto di dare un’occhiata al mio CV perché “da loro” (da chi? l’avrei scoperto presto…) cercavano gente in gamba che parlasse italiano (ebbene si, mi avete scoperto, vivo all’estero, ma ci tengo a precisare che ci sono rimasta in seguito ad un Erasmus e non sono in fuga da niente…).

Il sabato seguente ho lasciato senza troppe speranze una copia del mio CV sopra il tavolo della cucina, non avendo idea di cosa facesse di lavoro il papà dei tre pargoli che mettevo a nanna mentre i genitori andavano a teatro o al cinema. La settimana dopo ho avuto un colloquio con la direzione commerciale del Cash Management di un noto gruppo bancario presente in 80 paesi. Evito di riportare il titolo ufficiale del mio primo incarico di lavoro, che sembrerebbe ridicolo e pretenzioso, visto che in pratica ero una specie di “super assistente tuttofare” per la direzione commerciale internazionale del Cash Management: avevano bisogno di qualcuno che, in poche parole, parlasse bene l’italiano, l’inglese e il francese, scrivesse dei rapporti e aggiornasse dei fogli Excel con criterio.

I primi sei mesi sono stato tutt’altro che divertenti, mi sono chiesta molte volte che ci facevo io in una banca, in un settore di cui la sera prima ignoravo l’esistenza… a fare cose il cui senso mi sfuggiva ampiamente… ma con umiltà e tanta voglia di fare mi sono fatta conoscere, ho imparato tanto e rapidamente ho avuto mansioni sempre più interessanti e sempre più vicine alle mie aspirazioni. E ho conosciuto molte persone a cui è successa la stessa cosa.

Due anni fa, grazie alla mobilità interna, sono diventata responsabile comunicazione Corporate Banking per i paesi al di fuori della zona Euro. Mi occupo un po’ di organizzare eventi, un po’ di comunicazione interna, un po’ di paesi emergenti, un po’ di community management, un po’ responsabilità sociale dell’impresa e di sviluppo sostenibile, un po’ di gestione di crisi, un po’ di marketing, un po’ di strategia, un po’ di relazioni internazionali…insomma, adesso ho il lavoro che volevo! E che di certo non avrebbero affidato ad un “esterno”, a qualcuno che non conoscesse l’impresa.

E adesso capisco tutto. Capisco perché sia valsa la pena di non essere schizzinosa e di accettare di fare la babysitter prima e la tuttofare poi. Capisco perché un ministro, o più semplicemente un adulto di buon senso, possa consigliare ai giovani di non essere “choosy” ma di rimboccarsi le maniche e di cominciare da qualche parte. Non è certo rimanendo chiusa in casa a mandare CV che avrei trovato il lavoro che svolgo ora.

Quello che non capisco sono i giornalisti che invece di raccontare storie come la mia si divertono a riempire pagine e pagine di polemiche inutili. Quello che capisco ancora meno sono i giovani che si offendono se vengono definiti bamboccioni allorché loro coetanei in Europa hanno già 5 anni di esperienza lavorativa mentre loro perdono tempo a criticare questa o quell’altra frase infelice, invece di darsi da fare e farsi conoscere per quello che valgono.





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34 risposte a “Choosy, maybe not”

  1. avatar Davide Io scrive:

    Irene, sei sicura che questa sia una choosy story? A me sembra piuttosto la storia di una persona tenace che in un momento di difficolta ha dovuto trovare un rimedio per tirare a campare ben sapendo che non avrebbe fatto la babysitter per tutta la vita e forse nemmeno per piu di pochi mesi. Tu non hai scoperto il mondo del lavoro perche hai accettato di fare la babysitter, hai solo avuto un gran colpo di fortuna. Ti provoco :) pero io resto convinto che scegliere i primi passi sia decisivo per una vita felice anche in un periodo di crisi economica.

    • avatar I Bordin scrive:

      Ammetto di aver avuto un colpo di fortuna, ma se non avessi fatto la babysitter e poi la superassistente “a regola d’ARTE”, certo non sarei andata oltre il primo contratto a tempo determinato al cash management. Anche se stavo facendo lavori che non avrei mai pensato di fare e non in linea con i miei studi, ho cercato di dare sempre il meglio e di mostrarmi di buona volontà… anche dopo chilometri di fogli Excel ! :)

      • avatar Marina Rava scrive:

        E dagliela con questa fortuna!!  Perché non riusciamo a prendere consapevolezza che in gran parte noi abbiamo una parte attiva nella nostra vita da cui derivano una serie di conseguenze? Non mi riferisco solo al lavoro.
        Vi racconto in breve una contro-storia che non commento. Noi gestiamo una piccola azienda di 10 persone e siamo costantemente alla ricerca di personale. Ultimo colloquio. Si presenta un 29enne con 3 anni di esperienza RAL 30.000 euro tempo indeterminato. Si occupa di seguire i clienti della sua azienda che in realtà più che clienti sono sotto-aziende del gruppo. Noi cerchiamo una figura che si occupi di seguire i clienti acquisiti, ma che provi anche a estendere il raggio d’azione. Ho visto il terrore nei suoi occhi e l’ho confidato al consulente di Adecco nel feedback.  L’impressione e’ stata confermata dallo stesso ragazzo che interrogato da loro ha confessato di essere “spaventato dall’idea di prendersi delle responsabilità come un imprenditore e che non se la sente di occuparsi di clienti nuovi. Inoltre chiede che il tempo di inserimento da noi sia piuttosto esteso, data la complessità delle nostre produzioni”. Parlo di un ing elettronico. Il costo base annuo che dovremmo sostenere e’ di circa 40.000 euro. La consulenza di Adecco, circa 5000 euro. Tra un anno scopre che si e’ sbagliato e noi dopo un anno di formazione ci troviamo con un buco da 45000 euro. Mi sa che dovremmo essere un po’ più choosy. Purtroppo non e’ una questione di denaro. Abbiamo già tentato con l’ inserimento di un quadro da 2500 euro netti mensili + Rav4 in benefit. Un anno e si e’ rivenduto, perché abitava a 60 km. Purtroppo non troviamo nessuno più  vicino. I neolaureati quando sentono la parola “relazioni con i clienti” inorridiscono e piuttosto fanno la fame al Politecnico.  Siamo sul disperato!! Ma perseveriamo. Parlando con altre aziende ci si consola… Qualcuno mi ha detto di aver impiegato 10 anni per trovare una figura analoga… Ah beh, abbiamo ancora 5 anni di buono!!!

  2. avatar Stefano Brustia scrive:

    Irene,

    grazie innanzitutto per la tua storia, che dimostra che
    “nonostante tutto” il mondo lascia ancora ai giovani (e meno giovani) qualche
    speranza per il futuro. In parte, sono d’accordo con te. Dico in parte, perché,
    oltre a tanti oziosi bamboccioni, conosco pure persone brillanti e capaci che hanno avuto
    meno fortuna.  C’è ancora tanta strada da
    fare per rendere l’Italia un Paese a regola d’ARTE!

  3. avatar Andrea Milan scrive:

    Irene,

    La tua storia e’ molto interessante. Finalmente trovo un punto di vista positivo e costruttivo, in un dibattito tendenzialmente “distruttivo” in cui semplicemente si critica e condanna senza discutere nel merito.

    Vorrei pero’ condividere due pensieri relativi alla tua frase “capisco perché un ministro, o più semplicemente un adulto di
    buon senso, possa consigliare ai giovani di non essere choosy”. Entrambi riguardano i destinatari della frase.

    Primo, entrare nel mondo del lavoro, a qualunque titolo, puo’ permetterti di
    mettere in luce le tue qualita’ (come e’ successo nel tuo caso), ma ci
    sono tanti giovani che non trovano un
    tavolo della cucina su cui lasciare il proprio CV, ed altri che
    non sono “choosy” ma non trovano comunque nessun tipo di lavoro. Credo che nessun
    adulto di buon senso suggerirebbe ad un giovane che non riesce a
    trovare nessun tipo di lavoro di non essere “choosy”.

    Secondo, tu scrivi “un ministro, o più semplicemente un adulto di
    buon senso…”. Parlare come ministro o come adulto di buon senso non e’ la stessa cosa. La Fornero parlava in pubblico, non al bar con amici o parenti, e dovrebbe quindi pesare le proprie parole su argomenti cosi delicati.

    Detto cio’, sono completamente d’accordo sull’eccesso di polemiche e spero di sentire in futuro piu’ storie come la tua e meno lamentele sterili sul mondo politico!

  4. avatar Marina Rava scrive:

    Io penso che il ministro intendesse proprio rivolgersi alle persone come te, con tanta voglia di fare.  Il messaggio io l’ho visto in modo positivo, ma meglio non dirlo o potrei essere lapidata!!!   L’importante è buttarsi e poi, se son rose fioriranno. E se proprio si è perseguitati dalla sfortuna, non saprei, io non credo nella sfortuna.

  5. avatar Adriano Coccia scrive:

    ho 35 anni, ho fatto tantissimi lavori umili e non con una laurea e due master, ho lasciato due volte un lavoro a tempo indeterminato per poter far carriera e fare qualcosa di più consono a me ed alle mie aspettative!!!! bisogna solo darsi da fare e tutto arriva!!!

  6. avatar Riccardo Campaci scrive:

    Storia interessante, ma non tutti sono così fortunati. Perché anche questione di culo, non solo di tenacia.
    La questione del “choosy” è stata ovviamente strumentalizzata, ma voglio sottolineare uno dei tanti aspetti della questione, molto evidente soprattutto in Italia: incanalarsi un un determinato sentiero di lavoro spesso diventa una condanna perché è difficile uscire dalla corrente.
    Qualcuno inizia a fare il babysitter e poi diventa responsabile di comunicazione di una banca; ma molti altri iniziano a fare il babysitter e poi sono costretti a fare quello per sempre perché diventa la loro unica qualifica.

  7. avatar Ilrealista scrive:

    Questo articolo l’avrà scritto la stessa ministra.. Oppure la ragazza che, presa da un’acuta autostima, si sente arrivata perché magari per una botta di culo, o forse per una botta in culo, sarà arrivata ad avere il posto.. ma per favore, pensa che siamo nati ieri a credere a storielle del genere quando ci sono decine di migliaia di ragazzi e ragazze che farebbero carte false per farsi assumere in un posto così, e lei, quando anche gli altri Paesi sono in preda alla piena crisi economica ed i datori di lavoro ultraschizzinosi (quelli si che sono fintroppo choosy con l’aumentare dell’offerta di lavoro mentre la domanda rimane bassa, quindi con chiari conseguenze economiche della domanda-offerta) una domanda ), ci arriva per botta in culo.. oppps, di culo..

    • avatar I Bordin scrive:

      Carissimo Realista (io ci metto il mio nome e la mia faccia, tu no… e già qui… comunque sia non son qui par far polemica!)
      Confermo che questo articolo non l’ha scritto la Ministra. Chi mi conosce ti potrà confermare che non soffro di acuta autostima né mi sento arrivata chissà dove. Ho solo sempre fatto il mio dovere con voglia di fare, con ottimismo e con seria professionalità. Ho avuto la “fortuna” di essere la persona giusta al posto giusto, ma la Dea Bendata mi ha trovata pronta e non credo che nessuno mi abbia mai regalato niente. Anzi. 

    • Sig. Realista, a me invece pare che la fortuna, in questa bella storia, c’entri solo marginalmente. Più o meno come se dovessi ritenermi fortunato a poter essere qui a scrivere non avendo avuto un incidente d’auto o un cancro. L’articolo di Irene racconta una storia di raccomandazione nel senso più sano e costruttivo del termine e non di un colpo di inaspettata fortuna. Presumo infatti che il suo datore di lavoro abbia inteso spendere la stima di cui egli gode all’interno del suo ambiente di lavoro per segnalare le capacità, ma soprattutto i potenziali, di un’altra persona conosciuta IN AMBIENTE DI LAVORO. Probabilmente, se quello stesso influente signore avesse avuto sotto mano il CV di Irene con il mero resoconto degli studi effettuati, come spesso accade di ricevere da amici, parenti e conoscenti vari, la sua attenzione non sarebbe stata catturata. Ritengo quindi che l’articolo di Irene e la sua storia rappresentino un efficace esempio di bravura sul lavoro e non di fortuna. Bravura nel mostrare le SUE capacità nel SUO ambiente di lavoro e metterle al servizio di una richiesta di lavoro e della SUA carriera professionale. In tal senso, mi associo a quanti hanno considerato in senso positivo le esortazioni del Ministro Fornero ad entrare in qualsiasi modo in un qualsiasi ambiente di lavoro (anche e soprattutto all’estero dove l’offerta è sempre notevolissima) senza farsi troppi problemi. L’investimento di un viaggio low cost e di 3-4 settimane di spese vive per concludere positivamente la ricerca non pare siano così impegnativi a detta di chi l’ha fatto. 

      • avatar I Bordin scrive:

        Grazie, Emilio, per aver saputo rielaborare e parafrasare i miei intenti nel miglior modo! era proprio questo il senso della mia testimonianza. 

      • avatar Tommaso scrive:

        Ma non pensa che l’influente signore prenda come babysitter qualcuna che è stata a qualche influente scuola per poterle dare qualche influente lavoro?

        Sono anche d’accordo sul discorso della raccomandazione personale, ma quello che non si capisce è che non tutti possono accedere a questi network. Sono network chiusi, nei quali si entra con procedure di selezione rigorose. 
        Non è “voglia di mettersi in gioco”, è classe sociale.

        • avatar I Bordin scrive:

          Tommaso, io il lavoro da babysitter l’ho trovato mettendo un annuncio cartaceo davanti ad una scuola. Non penso che questo sia un network chiuso, chiunque avrebbe potuto farlo. Poi certo se la mia unica qualifica fosse fare bene la babysitter e non avessi avuto in tasca i diplomi necessari ad accedere al lavoro che poi ho ottenuto (previi colloqui con il direttore commerciale e con le risorse umane, che in un gruppo di 200 000 persone non stanno a vedere di chi ero stata la babysitter…) 
          Insomma, non è voglia di mettersi in gioco ma voglia di fare! e di fare bene quel che si fa o si deve fare. 

  8. avatar Francesca scrive:

    FINALMENTE!!!!Perchè a volte strumentalizzare una frase serve solo a nascondere una realtà,purtroppo,diffusa.Non tutti sono schizzinosi,per carità e di sicuro,a volte, anche un pizzico di fortuna non guasta…però a volte ci dimentichiamo che la c.d. FLESSIBILITà….è anche questo:è sapersi adattare e intanto continuare a cercare quello che veramente desideriamo.BRAVA IRENE!

  9. avatar Vera Morandini scrive:

    Interessante! e complimenti per la tenacia! Tuttavia il sistema non dovrebbe funzionare cosi’. Ho la fortuna di avere un lavoro molto bello e gratificante, ma sono consapevole che per molti altri non e’ cosi’, e non solo perche’ sono troppo “choosy”. Ci dovrebbe essere piu’ supporto e aiuto all’orientamento per i singoli, e soprattutto una gestione piu’ razionale delle risorse umane.  

  10. avatar Paola Mereu scrive:

     

    Brava Irene. A chi parla di fortuna bisogna ricordare che
    sarà sempre 100 volte piu fortunato chi ci prova 100 volte invece che una. Chi
    cerca lavoro deve investire in un percorso e non solo fare “tiro a segno”
    mandando CV e scartando tutto quello che non corrisponde all’obiettivo. Perché non
    essere schizzinosi non vuole dire accontentarsi per sempre. Vuole solo dire
    cogliere un’opportunità pur continuando a perseguire l’obiettivo finale. D’altra parte, se sono da esortare i lavoratori, giovani e
    non, a modificare il loro approccio al lavoro ed alla ricerca di lavoro, 
    sono da esortare anche le aziende italiane ad attuare una politica di
    investimento e non di “razzia” delle risorse umane. Non (solo) per le ragioni umane
    che vengono sempre citate ma anche per ragioni economiche. Ogni tanto sarebbe bene notare che i contratti trimestrali
    a costo quasi zero non sono solo frustranti per il lavoratore- che poi
    chiaramente si sente offeso dalla parola “schizzinoso”: sono anche la
    dimostrazione che l’azienda non ha un piano di lungo periodo e che quindi non
    ha prospettive. Se è
    vero che le storie personali insegnano che farcela è possibile, i numeri dicono che statisticamente è più facile
    farcela fuori dall’Italia. E che c’è molto da cambiare. Un abbraccio affettuoso

  11. avatar Dadying scrive:

    Di sicuro un giovane laureato da qualche parte deve pur cominciare!La tua storia denota quanto sia importante la fortuna nella vita…poi sapersi giocare bene le proprie carte viene dopo!Qui il punto non è essere schizzinosi o laboriosi, è che in Parlamento piuttosto che creare e sviluppare lavoro dicono ai giovani “accontentatevi”!siamo un Paese arretrato…credo che se tu avessi vissuto in Italia molto probabilmente non saresti passata dal fare la baby sister a lavorare presso una multinazionale dal momento che qui le grandi imprese sono tutte in crisi!comunque hai sottolineato che nn “scappavi” da niente…in realtà scappavi dalla probabile disoccupazione o frustrazione professionale italiana senza nemmeno saperlo!chissa se è più coraggioso chi resta o chi se ne va…….!

  12. avatar PAOLA_MEREU scrive:

    Brava Irene. A chi parla di fortuna bisogna ricordare che
    sarà sempre 100 volte più fortunato chi ci prova 100 volte invece che una. Chi
    cerca lavoro deve investire in un percorso e non solo fare “tiro a segno”
    mandando CV e scartando tutto quello che non corrisponde all’obiettivo.  Perché non
    essere schizzinosi non vuole dire accontentarsi per sempre. Vuole solo dire
    cogliere un’opportunità pur continuando a perseguire l’obiettivo finale. Bisogna
    dire però che, se sono da esortare i lavoratori, giovani e non, a modificare il
    loro approccio al lavoro ed alla ricerca di lavoro, sono da esortare anche le
    aziende italiane ad attuare una politica di investimento e non di “razzia”
    delle risorse umane. Non solo per le ovvie ragioni umane ma
    anche per ragioni economiche. Perché chi offre solo contratti trimestrali a
    costo quasi zero umilia il lavoratore- che poi chiaramente si sente
    offeso dalla parola “schizzinoso”- e dimostra che l’azienda non ha prospettive. E se è vero che le storie
    personali insegnano che farcela è possibile,                è
    altrettanto vero che al momento i numeri ci dicono che è statisticamente più facile farcela da un’altra parte. C’è tanto da cambiare. Un
    abbraccio

  13. avatar Beapenati scrive:

    Uno spunto di riflessione ulteriore, parzialmente OT. Irene Bordin scrive che si e’ (lodevolmente) rimboccata le maniche e che, ad un certo punto, il colpo di fortuna e’ arrivato. Anzi, il colpo di fortuna si e’ materializzato (in maniera molto italica, direi) attraverso una conoscenza personale più’ o meno fortuita. Il problema – e questo e’ un punto importante – e’ che la fortuna non dovrebbe entrare per niente, o poco, nell’equazione. Un sistema sano e’ un sistema in cui altri e più equi fattori hanno un peso maggiore di quanto succeda, ora, in Italia (in particolare). Un sistema sano e’ quello in cui l’assenza di “grade inflation” (voti gonfiati) e una sana stratificazione tra università (e scuole) permettono ad un datore di lavoro di valutare il CV di un neolaureato. Un sistema (quello italiano) in cui tutti sono eccellenti – o si autodefiniscono eccellenti: un aspetto su cui RENA dovrebbe fare chiarezza – e’ un sistema in cui la valutazione (o anche la performance ulteriore, o l’avanzamento in carriera nella PA) perde il proprio valore di “segnale”. Quindi l’unico modo per decidere chi assumere e chi promuovere (o chi nominare, chi votare) e’ la rete delle conoscenze, il passaparola, il clientelismo. E, naturalmente, la fortuna.
    Una stratificazione in base alle qualità personali, all’impegno, etc. e’ indispensabile, accompagnata dall’eguaglianza dei punti di partenza. In un sistema sano, nessuno (o pochi) possono credibilmente lamentarsi che, se non trovano lavoro o non fanno carriera, e’ colpa di qualcun altro (della Fornero? di Berlusconi? di Andreotti (citando Baccini)?). Ognuno si prende le sue responsabilità: ad esempio la responsabilità di scegliere un percorso di studi plausibile, di andare in una certa università (investendoci soldi, oltre che tempo), di studiare nel tempo libero anziché guardare la TV, fare shopping, o giocare a calcetto. Come del resto i nostri coetanei cinesi, indiani, turchi stanno già facendo. Insomma, quel che vedo in Italia e’ un doppio spreco: da un lato un’istruzione terziaria spesso mediocre, dall’altro una cattiva allocazione del talento che e’ rimasto, l’erronea convinzione che tutti siano egualmente bravi, e che basti sentirsi bravi per esserlo davvero. Non e’ vero che tutti sono egualmente bravi, o che tutti sono vittime della sorte. Se abbiamo 2 master e non troviamo lavoro, o se una laurea non aumenta lo stipendio rispetto ad un diploma, non prediamocela con la Fornero, e forse nemmeno con “un tessuto industriale fatto di PMI poco sensibili a R&D@facebook-679854393:disqus etc.”, ma con un sistema di istruzione terziaria mediamente mediocre che non aumenta la nostra produttività e ci fa perdere anni importanti – anche se costa relativamente poco, non e’ certo “value for money”. E chiediamoci anche se non abbiamo fatto, noi stessi, dai 18 anni in su, scelte sbagliate, o non abbiamo tollerato, ad esempio, il fatto di avere docenti inefficaci o incompetenti. Questa non e’ un’altra ragione per lamentarsi: e’ l’occasione per un esame di coscienza individuale e collettivo. Se siamo arrivati da qualche parte, chiediamoci come, se davvero ce lo siamo meritato, e se non stiamo gonfiando un po’ troppo il nostro CV (e.g. in Italia ci sono troppi sedicenti ricercatori e troppo poca ricerca, troppi “managing assistants” e pochi segretari, e sicuramente troppi “esperti”); se non siamo (ancora) arrivati, chiediamoci se non sia (anche) colpa nostra, e se non dobbiamo cambiare carreggiata.Per favore, usciamo dalla polemica “choosy-or-not”, “la Fornero doveva essere più delicata” etc. Chiediamo che l’Italia diventi più aperta agli investimenti stranieri, perché spesso una multinazionale e’ più attenta ad accaparrarsi il talento sconosciuto che ad accontentare il raccomandato di turno. Questo significa una legislazione più semplice, meno sussidi, etc. Chiediamo più opportunità formative (a proposito di “skill shortage”). Chiediamo vere università telematiche e veri programmi part-time. Chiediamo che scuola e università guardino davvero (attraverso opportuni incentivi e ‘punizioni’) alla “employability” e all’imprenditorialità dei giovani che formano – anche di quelli che studiano lettere classiche – e pubblichino statistiche comparabili sull’impiego post-laurea. Chiediamo che i nostri docenti valutino “on the curve”, che i nostri esami siano più difficili, che i voti di laurea non siano inflazionati, che le università possano scegliere i propri studenti (e i propri docenti), e lo possano fare solo in base al merito, che i master e i dottorati siano legati ad esigenze scientifiche e professionali vere, e non a rafforzare il potere di un ordinario e la sua cricca, etc.Non tutti usciranno contenti da questo lavacro purificatore, ma solo questo esercizio permetterà’ davvero di vedere chi e’ la vittima della sorte e chi invece e’ davvero schizzinoso. 

  14. avatar Rosella Volpicelli scrive:

    Ciao Irene e ciao tutti,
    Innanzitutto grazie per la tua testimonianza.
    E grazie di rappresentare tutti quelli che, non sono stati choosy, e magari proprio per questo sono andati avanti. Non credo si debba parlare di fortuna: la fortuna non c’entra. Se non avesse accettato un lavoro da ‘tuttofare’ oggi Irene non sarebbe dove é. Invece si é data da fare, ha lasciato che gli altri la conoscessero, che ne apprezzassero le qualitá e é andata avanti. Nonostante tutto.
    Non credo che lei desiderasse quel lavoro quando ha iniziato. Credo che magari avesse un’idea d’indipendenza a quella giovane etá che andasse al di la del ‘chiedo per altri mesi i soldi a mamma e papá’. Certo, se avesse avuto alle spalle un padre dottore, una mamma professoressa universitaria e proprietaria di 5 appartamenti in una ridente cittadina di mare, forse avrebbe potuto anche aspettare. Un mese in piü, forse due. Che cambia? Aspettare un lavoro migliore, degno del suo studio e delle sue passioni. E utilizzare il bancomat cointestato con disinvoltura finché il lavoro non si trova.
    O magari faceva parte di quella nutrita schiera di ragazzi nati e cresciuti nella stessa cittá, con l’universitá a qualche fermata di metro, con gli amici di una vita nello stesso quartiere e che ad eccezione delle tasse universitarie da pagare non hanno cambiato nulla del loro stile di vita da quando avevano 18 anni ai 26. Per loro cosa cambia un mese in piú o in meno?E cosa cambia se poi i primi mesi, anzi facciamo anni, posso starmene a casa dei miei?
    Ecco, magari per Irene era diverso. Magari voleva iniziare a camminare sulle sue gambe, non pesare su quelle degli altri e magari avrebbe accettato qualsiasi  lavoro, forte del fatto che le sue qualitá sarebbero uscire fuori. In qualsiasi contesto. Ed é stato cosí.
    Un mio caro amico a 25 anni ha avuto un offerta di lavoro in banca, nella cittá di origine, a un passo da mamma e papá. Ha accettato quel lavoro perché non é stato choosy, perché era una buona opportunitá, perché era un contratto a tempo indeterminato, perché non credeva fosse possibile che nel 2000 esistesse un lavoro in banca nella cittadina di nascita.L’ha accettato e se ne pente da allora, perché da sempre aveva immaginato la sua vita fuori dall’Italia, fuori dalle banche. L’ha accettato e lavora ancora li anche se si é giá spostato in un’altra cittá piú grande e sta cercando nuove vie e nuove possibilitá. Sta imparando una terza lingua e continua a sognare di andarsene. L’ha accettato e lo accetterebbe ancora, perché era giusto cosí, perché sapeva che il mondo non gli doveva niente: era lui che doveva dimostrare qualcosa al mondo. L’ha accettato e ai miei occhi, che lo vedo soffrire e agitarsi per questo lavoro che non é mai stato davvero suo, é ammirabilissimo.
    Non abbiamo bisogno di ragazzi che si sentono supereroi incompresi.
    Rimbocchiamoci le maniche.
    E lavoriamo.
    Perché é l’unico metodo che esiste per fare dell’Italia un paese a regola d’arte.

  15. avatar Rosella Volpicelli scrive:

    Ciao Irene e ciao tutti,
    Innanzitutto grazie per la tua testimonianza.
    E grazie di rappresentare tutti quelli che, non sono stati choosy, e magari proprio per questo sono andati avanti. Non credo si debba parlare di fortuna: la fortuna non c’entra. Se non avesse accettato un lavoro da ‘tuttofare’ oggi Irene non sarebbe dove é. Invece si é data da fare, ha lasciato che gli altri la conoscessero, che ne apprezzassero le qualitá e é andata avanti. Nonostante tutto.
    Non credo che lei desiderasse quel lavoro quando ha iniziato. Credo che magari avesse un’idea d’indipendenza a quella giovane etá che andasse al di la del ‘chiedo per altri mesi i soldi a mamma e papá’. Certo, se avesse avuto alle spalle un padre dottore, una mamma professoressa universitaria e proprietaria di 5 appartamenti in una ridente cittadina di mare, forse avrebbe potuto anche aspettare. Un mese in piü, forse due. Che cambia? Aspettare un lavoro migliore, degno del suo studio e delle sue passioni. E utilizzare il bancomat cointestato con disinvoltura finché il lavoro non si trova.
    O magari faceva parte di quella nutrita schiera di ragazzi nati e cresciuti nella stessa cittá, con l’universitá a qualche fermata di metro, con gli amici di una vita nello stesso quartiere e che ad eccezione delle tasse universitarie da pagare non hanno cambiato nulla del loro stile di vita da quando avevano 18 anni ai 26. Per loro cosa cambia un mese in piú o in meno?E cosa cambia se poi i primi mesi, anzi facciamo anni, posso starmene a casa dei miei?
    Ecco, magari per Irene era diverso. Magari voleva iniziare a camminare sulle sue gambe, non pesare su quelle degli altri e magari avrebbe accettato qualsiasi  lavoro, forte del fatto che le sue qualitá sarebbero uscire fuori. In qualsiasi contesto. Ed é stato cosí.
    Un mio caro amico a 25 anni ha avuto un offerta di lavoro in banca, nella cittá di origine, a un passo da mamma e papá. Ha accettato quel lavoro perché non é stato choosy, perché era una buona opportunitá, perché era un contratto a tempo indeterminato, perché non credeva fosse possibile che nel 2000 esistesse un lavoro in banca nella cittadina di nascita.L’ha accettato e se ne pente da allora, perché da sempre aveva immaginato la sua vita fuori dall’Italia, fuori dalle banche. L’ha accettato e lavora ancora li anche se si é giá spostato in un’altra cittá piú grande e sta cercando nuove vie e nuove possibilitá. Sta imparando una terza lingua e continua a sognare di andarsene. L’ha accettato e lo accetterebbe ancora, perché era giusto cosí, perché sapeva che il mondo non gli doveva niente: era lui che doveva dimostrare qualcosa al mondo. L’ha accettato e ai miei occhi, che lo vedo soffrire e agitarsi per questo lavoro che non é mai stato davvero suo, é ammirabilissimo.
    Non abbiamo bisogno di ragazzi che si sentono supereroi incompresi.
    Rimbocchiamoci le maniche.
    E lavoriamo.
    Perché é l’unico metodo che esiste per fare dell’Italia un paese a regola d’arte.

  16. [...] ancora restii ad accettare lavori che non corrispondessero alle loro aspirazioni. Sul blog di RENA, Irene Borin parla della sua esperienza in Francia, dove iniziato a lavorare come babysitter per [...]

  17. [...] to accept jobs which do not match their expectations. On the blog of the youth organisation RENA, Irene Borin shared her experiences in France, where she started out working as a babysitter only [...]

  18. [...] to accept jobs which do not match their expectations. On the blog of the youth organisation RENA, Irene Borin shared her experiences in France, where she started out working as a babysitter only [...]

  19. [...] to accept jobs which do not match their expectations. On the blog of the youth organisation RENA, Irene Borin shared her experiences in France, where she started out working as a babysitter only [...]

  20. avatar Marco Franza scrive:

    la tua esperienza personale non aggiunge nulla al dibattitto; è un’esperienza come tante altre; l’occasione poteva nascere anche per altri motivi; il problema non è fare o meno gli “schizzionosi”, ma essere proattivi. Non fermarsi e cercare di perseguire i propri obiettivi sempre e comunque. Negli altri paesi è vero che i giovani comincino prima a lavorare, ma è tutto il sistema che è strutturato in maniera diversa, corsi di studio più brevi, sistema meritocratico, costi della vita (affitti, ecc.) molto più bassi che consentono di vivere da soli già da giovanissimi, stipendi più alti, ecc….e tu stessa ammetti di vivere all’estero…. Il problema non è nei giovani che tendono a selezionare troppo, ma in un sistema assolutamente sbilanciato, non meritocratico e ingessato.

  21. avatar Carmela Asero scrive:

    Idem. Anch’io alcuni anni fa con erasmus, laurea, due master, conoscenza certificata avanzata di inglese, francese e strumenti informatici, tre stage prestigiosi alle spalle (in US, Francia e presso Commissione Europea) per diverso tempo non sono riuscita a trovare lavoro adeguato e per 9 mesi, a età > di 28 anni  ho fatto supporto tecnico (leggasi call center inbound per una nota multinazionale di informatica ed elettronica!). Poi un concorso pubblco per esperti a contratto presso le istituzioni europee e da allora è tutto andato in progressione positiva. Finito il contratto triennale, un periodo di disoccupazione retribuita durante il quale ho frequentato un corso di giapponese oltre ad eventi e workshop nel mio settore (ICT). Dopo pochi mesi, anche grazie all’attività di networking tra un evento e l’altro ho ottenuto il mio lavoro attuale, soddisfacente e molto interessante. Nel corso di tutti questi anni non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato, ma i miei stipendi tra un lavoro e l’altro hanno avuto un trend in crescita.
    Ovviamente tutto ciò è avvenuto fuori dai confini Italiani, nel cuore dell’Europa. Se le istituzioni bancarie non fossero ancorate al secolo scorso nel concedere mutui e prestiti, mi andrebbe anche abbastanza bene una carriera lavorativa a contratti a termine di 3-5 anni, disoccupazione retribuita al tra il 60%-80% per un dato periodo sufficiente a fare un po’ di formazione e ricollocarmi. Certo serve anche una cultura avanzata dei datori di lavoro che non stiano a guardare età anagrafica o numero di incarichi a termine svolti.

  22. avatar Tommaso scrive:

    Ma perchè non diciamo che dietro c’è una formazione a Sciences Po, una delle più prestigiose e ben connesse Grandes Ecoles francesi?

    E chi lo paga l’accesso ad una Grande Ecole?
    Perchè non parliamo della vera realtà invece di raccontarci favolette meritocratiche che sono al di fuori della realtà?
    La domanda è: ci si è o ci si fa?

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Francesco Galtieri
Selezionati i 30 candidati per la #RENAschool 2014! Tanti profili interessanti e gente motivata; un piacere leggerli.
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