Leggi Repubblica? Chiedo proprio a te, te che chiamavo papà.
Avrai dunque letto Celli, già altre volte me lo hai citato, come per il suo libro “Comandare è fottere”.
Ti identifichi nelle sue provocazioni, ti identifichi in quella maniera ruvida di fare crescere un figlio che è lo strumento della doccia fredda.
Io e te non ci siamo mai capiti. Se fossi uno scrittore imbastirei una storia sopra a noi due per narrare di due generazioni che non si capiscono, di due diversi sguardi sulla vita, di due modi di intendere l’Italia. Farei del mio e del tuo caso dei “Casi”: tipi generali in cui molti si potrebbero ritrovare.
Te il vecchio, il grande sconfitto, il lottatore la cui unica capacità residua è lasciare un testamento morale al suo figlio. Io il giovane pieno di speranze, idealità e illusioni.
Ma non voglio raccontare una storia, quindi per piacere smettiamola, anzi smettiamo proprio di raccontarci storie. La retorica, anche quando è travestita da testamento spirituale, ora non è che un altro vezzo o un’indulgenza per chi, come te e quelli come te, si è giocato la sua partita fino in fondo e ora pretende di dire ai più giovani in campo che il gioco è brutto e tanto vale smetterla e cambiare sport.
Del resto, la tua frase preferita è che alla tua età puoi solo dare buoni consigli perché sei troppo vecchio per dare il cattivo esempio.
Tu sei stato delle mie avventure testimone molto più discreto di quanto Celli non sia stato nei confronti di suo figlio: almeno tu mi hai risparmiato la lettera al quotidiano. Le mie scelte nella vita le ho fatte io. Compresa quella di andare all’estero, a studiare e poi a lavorare.
Ma ricordo alcune conversazione telefoniche all’epoca dei miei studi, in cui cercavi con la saggezza dell’età (la tua) di smorzare i miei giovanili entusiasmi di impegno civile e politico: del resto l’Italia non esisteva più, la Patria nemmeno a parlarne, lo stato non era che un’organizzazione pubblica che serve a perseguire interessi privati in maniera dissimulata.
Hai avuto successo: mi hai aperto gli occhi, hai fatto di me un disilluso.
Proprio perché non credevo più al mio paese sono andato all’estero. Un Master e poi subito un buon lavoro, senza problemi.
Non so se ti devo ringraziare. Fuori, ho trovato possibilità di lavoro che in Italia semplicemente non esistevano. Ho guadagnato di più di quanto mi sarebbe capitato se fossi rimasto in Italia. E ho sofferto.
Sofferto perché non sono nato per fare il mercenario: e così mi sentivo lavorando fuori (l’idealista in me era più duro a morire di quanto pensassi).
Per mia sfortuna non sono il tipo di persona per il quale il successo inizia e finisce con se stesso: definisco il mio successo dalle ricadute che avrà sulla comunità che a me sta a cuore, e questa comunità, per me nato in Italia, Italia si chiama.
In fondo la patria, la terra dei padri, uno non se la sceglie.
E in Italia sono tornato. Lo sai. E sai che ricominciare qui è dura: lo provo sulla mia pelle ogni giorno. Se torni in Italia dopo alcuni anni all’estero vieni guardato come un marziano, uno un po’ matto, un outsider.
Ma qui devo stare, perché ho imparato che non ci sono scorciatoie per il successo: e se per me il successo significa costruire qui, in Italia, allora è qui che devo lottare.
E a te cosa chiedo? Non mi dire cose che so già. Non mi dire che soffrirò, che sarà dura. Non ho bisogno di docce fredde o di apprendere il cammino della disillusione. Insegnami piuttosto la fiducia, insegnami che il primo passo per il successo è credere ai propri sogni, senza tradirli. Perché se hai successo abbandonando i tuoi sogni per strada finisci per vivere la vita, di successo, di qualcun altro.
Non mi dire che devo andare all’estero perché voi avete fallito a cambiare questo paese: qualche cosa da fare qui, se permetti, per questa Italia, ce l’ho anche io.
Non mi dare il tuo disincanto (è merce comune). Dammi la tua forza. Dammi la tua fiducia.
Oppure, lascia che io sbagli a modo mio.
Marco