21 dicembre 2016

Educarsi  alla resilienza. Appunti dalla scuola di RENA

 

Partecipare a una scuola significa educarsi. Vien da sè che l’approfondimento proposto da RENA interroghi il territorio che ospita la Scuola di Resilienza rispetto al proprio presente e, soprattutto, nella descrizione del proprio futuro. Ecco quindi la domanda da cui nasce la nostra riflessione. Cosa significa (o cosa comporta) educare il Trentino – inteso come contesto ambientale, istituzionale e comunitario cioè persone, territorio e organizzazioni – alla resilienza? Proveremo a rispondere “giocando” con alcune questioni legate all’attualità economica e istituzionale di questo territorio. Temi locali, ma generalizzabili – con i dovuti aggiustamenti – ad altri contesti.

 

Partiamo dal rapporto con i flussi socio economici globali che rappresentano – da qualche decennio a questa parte – il dato strutturale dello sviluppo. In particolare oggi i flussi sono alimentati da innovazioni tecnologiche che, si dice, i territori devono essere in grado di “intercettare” – in un certo senso “piegandosi”, “adeguandosi” – a queste dinamiche. Se vogliamo l’esperienza di Trento Rise – il polo per l’innovazione sociale e tecnologica orientato all’ICT – intendeva muoversi in questa direzione. Un tentativo di favorire l’‟atterraggio” in un contesto locale dell’armamentario tecno-culturale del digitale. Sappiamo come è andata purtroppo (con strascichi giudiziari ancora pendenti e con risvolti drammatici). Rimane però la sfida posta da questa iniziativa che, in chiave di resilienza, potrebbe essere ridefinita come socializzazione o umanizzazione del digitale piuttosto che digitalizzazione dell’economia e della società. Per fare ciò serve però lavorare sulla capacità delle infrastrutture analogiche di localizzare il digitale, come ci ricorda Fredric Martel nel suo ultimo libro, intitolato Smart. Agricoltura, turismo, produzione culturale, reti commerciali di prossimità, rappresentano da questo punto di vista le “dorsali” che il digitale può potenziare a patto di dotarsi di “switch” adeguati, ovvero di organizzazioni che fungono da intermediazione (dentro un mondo che corre a perdifiato verso la disintermediazione, ad ogni livello) aggregando l’offerta locale e proponendo percorsi di crescita in chiave multi-locale. I Luoghi dell’innovazione tecnologica e sociale emersi in questi anni – Progetto Manifattura, Fies Core, Impact Hub Trentino, ecc. – rappresentano snodi cruciali in tal senso, probabilmente ancora con margini di miglioramento nello svolgere quella funzione di commutazione tra le radici lunghe del locale e le risorse che viaggiano lungo i flussi abilitati dalle nuove tecnologie.

 

Il secondo tema riguarda quella che si potrebbe definire la “componente rigida” della resilienza. Nel dibattito tra gli addetti ai lavori prevalgono nettamente i caratteri di adattabilità utilizzabili al mutare “secco” delle condizioni di contesto. Shock ambientali e sociali che rompono le routine contribuiscono a far nascere nuove leadership e richiedono nuove forme organizzative. Una narrazione con molti elementi di verità, ma che sembra escludere la possibilità per organizzazioni e istituzioni esistenti di dar vita a processi di change management a fronte di sollecitazioni di natura sistemica (e non meno shockanti negli effetti) come quelle attuali. Questo aspetto potrebbe rivelarsi un problema per un territorio come il Trentino, non da oggi molto denso di istituzioni e reti interorganizzative. Di base più resistente che resiliente verrebbe da dire. La sua storia infatti può essere letta come instituition building di forme di autogoverno locale che hanno riscattato territori, ridefinendoli nell’ottica di governance comunitaria, come dimostrano i commons ambientali gestiti attraverso  usi civici e carte di regola. Questo fenomeno ha radici – e qui sta la componente rigida – nella capacità di definire un’identità, un corredo valoriale che consenta a persone e organizzazioni di riconoscersi come corpus capace di processare e assimilare in chiave evolutiva le spinte al cambiamento che inevitabilmente caratterizzano i sistemi sociali e ambientali. Senza un’identità chiara e condivisa l’organizzazione perde capacità di crescita e viene fagocitata dai fattori esogeni, oggi estremamente pervasivi a qualsiasi latitudine. Come ricorda Alessandro Obino nel suo libro In questo mondo di leader, “le strutture che vengono create all’interno dell’organizzazione devono essere in grado di recepire e generare il cambiamento, ma devono anche connettersi alla struttura identitaria dell’organizzazione senza minarne le fondamenta”. A poche settimane dal referendum costituzionale fallito si potrebbe dire che all’attenzione per la costituzione formale deve corrisponderne una pari (o meglio superiore) a quella sostanziale, quella delle prassi e delle consuetudini, pena una frattura – per dirla alla De Rita – sempre più aperta tra elitè e popolo. Solo tenendo presente questi due livelli le strutture vengono modificate creando continuamente nuovi stati per raggiungere però in maniera sempre più efficace – e quindi resiliente – quelli che rimangono gli obiettivi iniziali.  Non a caso una dei massimi esperti di cambiamento organizzativo – Anna Grandori – definisce questi stessi processi come “cambiamenti generati dalla stabilità” riferendosi a un sistema di norme “costituzionali” che abilitano gradi di libertà, anche consistenti, da parte dei soggetti che vi si riconoscono incrementando così la capacità autoadattativa (o meglio autopoietica).”

Per questo il tema “riforme istituzionali”, non solo a livello nazionale, rimane assolutamente aperto. Per il Trentino, investe, due tra i pilastri portanti della comunità. Parliamo dell’assetto sussidiario della Pubblica Amministrazione,  toccato dall’introduzione di un livello di democrazia intermedia tra Provincia e comuni (le Comunità di valle). Tentativo di devoluzione, visto a posteriori, sostanzialmente fallito perché non diventato processo istituente e che oggi riparte attraverso modalità forse meno sofisticate – incentivo/obbligo alla fusione dei comuni o gestioni associate dei servizi locali – che, volenti o nolenti, generano comunque un nuovo modello organizzativo che sollecitata modalità altre di esercizio della funzione pubblica. Sarà sufficiente questa manutenzione “ridotta” per far fronte alla sfida – non ancora del tutto colta, neppure in una Provincia autonoma – di contrapporre un modello di governance diffusa e orizzontale a quello  centralizzato?
La seconda riforma, che è nel pieno del suo dispiegarsi, investe un’altra importante istituzione comunitaria trentina: le banche di credito cooperativo. La prospettiva, in questo caso, è di far confluire questo asset comunitario in un gruppo  dalla governance verticale (a scapito dell’autonomia delle singole banche) e dalla dislocazione multilocale, non più “Trentino-centrica”.

 

Si genera così – su più fronti – uno stato di incertezza, di stallo caratterizzato da un mix di rischio e opportunità. Il rischio è l’involuzione tecnocratica, cioè la perdita identitaria, e l’ulteriore irrigidimento di quella che già oggi appare come un’infrastruttura pubblica eccessivamente pervasiva. L’opportunità, con le giuste azioni resilienti mosse da enzimi di cambiamento che agiscono nei corpi organizzativi, può fondare nuove identità agendo, ad esempio, su una rilettura dei fondamenti storico-culturali (in particolari i tratti fondanti dell’autogoverno, della gestione dei beni comuni e collettivi, della cooperazione) come vettori di sviluppo e sulla capacità di apprendimento e di cross-fertilization rispetto ad “un’alterità globale” che è sempre più “sotto e dentro casa” e che troppo spesso è rappresentata solo come minaccia invece che come opportunità di apertura. La Protezione Civile “da esportazione”, cioè come modello di intervento a servizio del Paese e non solo del Trentino, è un’importante dimostrazione in tal senso. Non solo nella certificazione dell’efficienza in ogni operazione sul campo ma come strumento di legittimazione del Trentino presso istituzioni e pubblica opinione che vedono sempre meno giustificata la specialità della sua autonomia. Allo stesso tempo – provando a osservare quelle che possiamo definire buone pratiche – il progetto “welfare a km0” (frutto dell’incontro tra due enti finanziatori, Fondazione Caritro e Pat,  e accompagnato da un soggetto abilitante, la Fondazione De Marchi) rappresenta un’importante sperimentazione che allena la resilienza degli attori del welfare, abilitandoli a operare secondo modalità di apertura e corresponsabilizzazione, senza rimanere in attesa delle linee guida provinciali (e dei denari che “acquistano” servizi), forse non più in grado di leggere la complessità dei tempi che stanno, inesorabilmente e finalmente, cambiando.

 

Al fondo questo passaggio d’epoca, inevitabilmente complesso e doloroso, sollecita la ridefinizione di quello che forse è il tratto costitutivo più importante del contesto trentino, ovvero la sua capacità di fare mutualismo. Una capacità che, in epoca recente, lo ha traghettato nella modernità, ma che, a ben guardare, ne ha segnato in epoche più remote la cultura più profonda. Oggi rimettere al centro l’opzione del mutualismo come progetto di sviluppo implica non solo, come nel passato, agire sul denominatore comune in termini di bisogni e aspirazioni della popolazione locale. Significa ridefinirlo in chiave di “mutualismo aperto”, come matrice in grado di processare spinte dal cambiamento per via esogena e misurando su questa capacità di ibridazione con fattori esterni la tenuta delle proprie forme organizzative e istituzionali.

 

Federico Zappini (Impact Hub Trentino)

Flaviano Zandonai (www.tempi-ibridi.it)

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