2 ottobre 2017

Continua il nostro percorso di riflessione sul tema della fiducia. Dopo le interviste a Luca De Biase, Patrizia Ravaioli, Francesco CancellatoMarco Annoni, Mattia Diletti, Ezio Manzini e Dino Amenduni, Paolo Venturi, Stefano Mirti, Leonardo Previ e Paolo Verri pubblichiamo oggi altri quattro contributi a questo brainstorming collettivo. Rinnoviamo l’invito a contribuire a questa ricerca di senso rispondendo al questionario online che trovate qui: http://www.progetto-rena.it/trust-in-progress/

Il questionario rimarrà online ancora per pochi giorni. Poi sarà il momento di tirare le fila di tutti questi ragionamento. Grazie in anticipo per tutti gli stimoli che deciderete di mettere in comune. Buona lettura!

 

Flaviano Zandonai- Euricse e Iris Network 

In quali ambiti pensi sia più urgente o importante affrontare il tema della creazione di fiducia? Con che prospettiva pensi che abbia senso occuparsene?

Penso sia utile occuparsi di fiducia soprattutto quando si realizzano simultaneamente due condizioni: quando non c’è e quando serve. In questi anni la fiducia è stata oggetto di una “retorica a prescindere”: da dati di realtà, obiettivi da raggiungere, impatti da valutare. Un imperativo ex ante che ha contribuito a indebolire il suo portato valoriale. C’è quindi un dato di pragmatismo della fiducia che sarebbe importante recuperare, soprattutto nell’ambito di iniziative che “costringono a cooperare” pena il rischio di non riuscire nell’intento. E siccome oggi il tema dello sviluppo riguarda principalmente il cosa (beni e servizi) e il come (governance) è di interesse collettivo, la fiducia rientra in campo come “fattore di produzione”.

Da cosa deriva, secondo te, la crisi di fiducia in cui siamo immersi? Indica le tre principali cause scatenanti che ti sembrano più rilevanti. Cosa si intende per te fiducia? Fiducia verso la Comunità e il prossimo? Fiducia per le Istituzioni o altro?

Secondo me in questi ultimi anni abbiamo assistito a una specie di “sprofondamento” della base fiduciaria che oggi si declina su elementi molto basici rispetto ai quali è molto difficile partire per realizzare iniziative capaci di impattare in modo significativo. Oggi possiamo contare su un “common ground” fiduciario ridotto all’osso e con poca capacità propositiva in termini di coinvolgimento, spinta all’azione, attrazione di risorse. Penso ad esempio al modo in cui viene codificata la legalità che, soprattutto nel nostro Paese, rappresenta un ingrediente fondamentale di fiducia. Ormai è un tema quasi completamente burocratizzato da certificazioni, codici etici, ecc. Solo in pochi casi, penso ad esempio a Libera, si è dimostrato che poteva diventare un vero e proprio fattore di sviluppo. La fiducia rimanda quindi alla necessità di una “riforma istituzionale” che riguarda non tanto le conformazioni formali a livello giuridico-amministrativo, ma il modo in cui funzionano. L’affermarsi, in diversi contesti, di reti di persone e organizzazioni che sono per costituzione tematiche e di scopo è anche un modo per ricostruire le basi fiduciarie facendo leva su quello che per me è fiducia oggi ovvero riconoscimento delle capacità altrui e non solo del fatto che “la vediamo allo stesso modo”.

A livello teorico, conosci riferimenti utili a spiegare i meccanismi alla base della creazione di fiducia? Un articolo, un paper, un libro, una ricerca che consideri particolarmente rilevante? Una analisi da cui pensi sia utile partire?

Personalmente preferisco guardare a rapporti e panel che monitorano indicatori di “vita quotidiana” (lavoro, socialità, consumi) che direttamente o indirettamente restituiscono feedback rispetto alla fiducia e alle sue basi. Penso ad esempio ai dati Istat sul Bes – Benessere equo e sostenibile che sono molto utili per capire quanto la fiducia è davvero un driver di ben-essere.

Chi sono le “fonti di informazione” credibili quando si parla di fiducia in Italia? C’è un istituto di ricerca, un sito, uno studio che ti ha aiutato a rispondere alla domanda “di chi si fidano gli italiani?

Di nuovo andrei a valorizzare le “statistiche ufficiali” oggi molto ricche di informazioni su questo tema. C’è poi il comparto delle indagini di sentiment con finalità di comunicazione (ad esempio l’osservatorio sul capitale sociale degli italiani di Demos) e l’analisi / narrazione sullo sviluppo locale e le economie di luogo alimentata da Bonomi e altri. Ecco forse manca, ma potrei sbagliarmi, un grande progetto di ricerca nazionale che aggiorni in modo approfondito il quadro dei significati e delle pratiche associabili alla fiducia, soprattutto dopo questo ultimo decennio di “grande contrazione”.

Come si trovano i nuovi “intermediari di fiducia”? Che azioni ci consiglieresti di intraprendere per intercettarli?

Parafrasando il sociologo Gino Mazzoli, grande esperto di welfare generativo, direi che ci sono due grandi target di intermediari della fiducia. Il primo è quello dei “costruttori di coesione”, ovvero persone con buone dotazioni sia a livello relazionale che economico. E’ un classico se vogliamo, ma è comunque da questo ceto medio sicuro economicamente e con capacità di elaborazione culturale che sono emersi processi di innovazione e sviluppo nel nostro Paese. Penso ad esempio all’ondata di volontariato che da inizio anni ’70 ha originato importanti trasformazioni nel welfare anche e soprattutto reintermediando fiducia grazie a persone con biografie che spesso erano riconducibili all’identikit del costruttore di coesione. Le vicende del “ceto medio” sono quindi cruciali e non solo per sostenere la domanda di consumi. Ma la vera novità è (o sarà) rappresentata dalla seconda tipologia di intermediari che Mazzoli chiama “nuovo ceto popolare”: con poche risorse economiche ma con capacità di fare da gangli di aggregazione e di senso nella nuova stratificazione della società italiana. Penso soprattutto agli immigrati ormai integrati nel nostro Paese o a coloro che lavorano in alcuni comparti di “terziario sociale” (ad esempio welfare, servizi ricreativi, culturali, turistici, ecc.) dove il tema delle relazioni è vitale per far funzionare il loro business.

C’è una persona o una organizzazione che per te rappresenta l’esempio perfetto di un “generatore di fiducia”? Un soggetto di cui ti fidi, che rappresenta un punto di riferimento per rispondere a dei bisogni o che ispira la tua percezione del mondo e del tuo impegno civico? Che cosa gli attribuisce queste capacità?

Mi sto riavvicinando, dopo qualche tempo, al commercio equo, in particolare all’esperienza di Chico Mendes a Milano. Ho avuto modo di conoscere il suo direttore Stefano Magnoni: mi sembra una persona che incarna bene quel profilo di generatore di fiducia che sa agire pragmaticamente la leva dell’economia senza esagerare con l’ideologia, anche perché è molto consapevole delle profonde trasformazioni in atto (anche per quanto riguarda la struttura che dirige).

 

Marta Mainieri- Collaboriamo 

In quali ambiti pensi sia più urgente o importante affrontare il tema della creazione di fiducia? Con che prospettiva pensi che abbia senso occuparsene?

In ambito politico perché quello più messo a dura prova e quello da cui invece si può ripartire per costruire. Cercando di costruire ponti fra vecchio e nuovo fra start up e imprenditori, fra città e campagna, fra chi fa politica e chi la fa senza saperlo

Da cosa deriva, secondo te, la crisi di fiducia in cui siamo immersi? Indica le tre principali cause scatenanti che ti sembrano più rilevanti. Cosa si intende per te fiducia? Fiducia verso la Comunità e il prossimo? Fiducia per le Istituzioni o altro?

Dall’ingiustizia sociale creata dal capitalismo. Dal fatto che molti si sono arricchiti a scapito di pochi. Fiducia è sia verso la comunità e il prossimo che verso le istituzioni dipende dal contesto. Certo è che è un processo a catena. Se c’è fiducia nelle istituzioni è più facile che sia nelle comunità e quindi anche nel prossimo. Fiducia è credere che siamo parte di un disegno comune e che siamo qui per collaborare e non per competere.

A livello teorico, conosci riferimenti utili a spiegare i meccanismi alla base della creazione di fiducia? Un articolo, un paper, un libro, una ricerca che consideri particolarmente rilevante? Una analisi da cui pensi sia utile partire?

No a essere sinceri. Ma ho iniziato a interrogarmi sulla fiducia e come si può costruire studiando le piattaforme collaborative. Le piattaforme per abilitare lo scambio devono costruire un ambiente di fiducia. Per fare questo utilizzano strumenti, creano luoghi, alimentano il dibattito, favoriscono il matching corretto, ma soprattutto ascoltano, monitorano e in alcuni casi implementano e cambiano strada. Lasciando da parte che questo viene fatto per interessi privati credo che in linea teorica l’esperienza delle piattaforme che funzionano ci può insegnare molto. Per creare fiducia devi abilitare non erogare, e questo in ogni ambito.

Chi sono le “fonti di informazione” credibili quando si parla di fiducia in Italia? C’è un istituto di ricerca, un sito, uno studio che ti ha aiutato a rispondere alla domanda “di chi si fidano gli italiani?

Per me hanno un ruolo molto importante le Università. Poi alcuni istituti di ricerca sono ancora molto credibili. Penso a ISTAT per esempio.

Come si trovano i nuovi “intermediari di fiducia”? Che azioni ci consiglieresti di intraprendere per intercettarli?

La partita è ancora molto aperta. Consiglierei di aspettare. In questo momento sicuramente è più facile credere in qualcosa che nasca dal basso e che magari incontri qualcosa che dall’alto si sta abbassando. Credo molto nell’incontro tra vecchio e nuovo anche se sarà molto difficile.

C’è una persona o una organizzazione che per te rappresenta l’esempio perfetto di un “generatore di fiducia”? Un soggetto di cui ti fidi, che rappresenta un punto di riferimento per rispondere a dei bisogni o che ispira la tua percezione del mondo e del tuo impegno civico? Che cosa gli attribuisce queste capacità?

Personalmente mi fido delle persone che ho incontrato e con cui lavoro. Credo nelle persone che ho incontrato lavorando con le Università. Gli riconosco rigore,  competenza, lungimiranza, capacità di riflessione.

 

Francesco Galtieri – RENA e Movimenta 

In quali ambiti pensi sia più urgente o importante affrontare il tema della creazione di fiducia? Con che prospettiva pensi che abbia senso occuparsene?

Innanzitutto a livello delle comunitá locali, per ricostruire “l’abitudine a fidarsi” che abbiamo perso a livello nazionale. Poi, sarebbe necessario avere amministratori e politici che facciano quello che promettono in campagna elettorale, per ricostruire la fiducia anche verso le istituzioni e le amministrazioni, attraverso un maggiore rispetto dei ruoli istituzionali da parte di chi é investito di cariche pubbliche. Se chi di candida a rappresentare gli altri svuota di significato la responsabilitá della rappresentanza si finisce per screditare non solo se stessi ma l’intero sistema di delega e si giustifica una deriva individualista. Tutto questo andrebbe fatto in una prospettiva di ricostruzione di un patto sociale e di convivenza che risvegli un senso di responsabilitá verso se stessi, gli altri, i beni comuni con una forte consapevolezza intergenerazionale degli affetti dei nostri comportamenti di oggi sul domani.

Da cosa deriva, secondo te, la crisi di fiducia in cui siamo immersi? Indica le tre principali cause scatenanti che ti sembrano più rilevanti. Cosa si intende per te fiducia? Fiducia verso la Comunità e il prossimo? Fiducia per le Istituzioni o altro?

1. Dalle disuguaglianze, frutto di rendite di posizione acquisite, anche piccole. 2. Dal dare prioritá al bene privato rispetto al bene comune. 3. Dai cambiamenti epocali e la velocitá a cui avvengono, che hanno un impatto sulla capacitá di ciascuno di programmare la propria vita mentre le classi dirigenti ed intellettuali che dovrebbero aiutare la societá a comprendere ed adattarsi al modo che ci gira attorno sono sempre piú chiuse nei loro circoli ristretti e non assumono piú un ruolo di mediazione fra le diverse istanze della societá.

Per me fiducia é la capacitá di delegare agli altri le decisioni o delle azioni – pubbliche o private – che abbiano un impatto sulla mia vita e quella delle mie comunitá di riferimento. In questo senso la fiducia si esprime nei confronti di attori istituzionali, di individui, di attori pubblici e privati. Ciascuno di noi in qualitá di individui o nel ruolo sociale/professionale/istituzionale che ricopriamo possiamo prendere decisioni o assumere comportamenti che hanno un impatto sulla vita altrui (dal “vergognarsi” di chiedere uno scontrino all’evadere il fisco; dal prendere decisioni politiche per alimentare il consenso di oggi piuttosto che farsi guidare dal quello che é necessario fare; dall’assegnarsi salari e premi disproporzionati rispetto ai lavoratori di un’azienda); quando queste nostre decisioni sono guidate prevalentemente dal nostro interesse individuale (anche al quieto vivere o al non “avere problemi”) si genera sfiducia.

A livello teorico, conosci riferimenti utili a spiegare i meccanismi alla base della creazione di fiducia? Un articolo, un paper, un libro, una ricerca che consideri particolarmente rilevante? Una analisi da cui pensi sia utile partire?

Robert Putnam – in particolare ” Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy”; Pippa Norris – “Democratic Deficit: Critical Citizens Revisited” e “Democratic Phoenix: Reinventing Political Activism”. Alcuni interessanti sondaggi e studi fatti da istituti credibili (Eurobarometro, Pew, Harvard Institute of Politics – tra tanti).

Come si trovano i nuovi “intermediari di fiducia”? Che azioni ci consiglieresti di intraprendere per intercettarli?

Il lavoro fatto con la Caccia ai Pionieri, i vari festival delle Comunitá del Cambiamento, le collaborazioni con associazioni di categoria hanno aiutato RENA negli anni a trovare diversi potenziali “intermediari di fiducia”. Restano tuttavia realtá individuali che andrebbero messe a sistema.

C’è una persona o una organizzazione che per te rappresenta l’esempio perfetto di un “generatore di fiducia”? Un soggetto di cui ti fidi, che rappresenta un punto di riferimento per rispondere a dei bisogni o che ispira la tua percezione del mondo e del tuo impegno civico? Che cosa gli attribuisce queste capacità?

Nel nostro cammino comune in RENA ne abbiamo trovati diversi. Cito solo due individui per affinitá personale e conoscenza approfondita del loro lavoro – Paolo Venturi e Annibale D’Elia. A livello di organizzazioni apprezzo molto il lavoro di Labsus ma anche di realtá piú “locali” come Casa Netural a Matera. Tuttavia, piú che trovare esempi”perfetti” e promuoverli come casi “eccezionali” la vera sfida e ridare un senso di “normalitá” a coloro – individui, organizzazioni, imprese ed istituzioni – che mettono il comune/collettivo davanti all’interesse individuale generando cosí fiducia.

 

Claudio Calvaresi- Avanzi 

In quali ambiti pensi sia più urgente o importante affrontare il tema della creazione di fiducia? Con che prospettiva pensi che abbia senso occuparsene?

Parto dalla considerazione che la fiducia è un indicatore (forse il principale) della presenza di capitale sociale. Dunque, assumo sia questo il tema di cui intendiamo occuparci. Perché ce ne occupiamo? Perché capitale sociale e sviluppo locale sono intrecciati. Tra i due termini c’è una relazione biunivoca: il primo è considerato da molta letteratura una precondizione per il secondo (la capacità di cooperare è un fattore della crescita economica), ma è anche vero che lo sviluppo locale non solo “mette al lavoro” il capitale sociale, ma contribuisce a riprodurlo. Capitale sociale dunque non è solo un set di risorse, dotazioni, capacità, ma il processo che ne facilita la riproduzione: più che “giacimento” disponibile (à la Putnam), è network di interazioni da costruire e mantenere (à la Bourdieu). Avvertenza: l’aggettivo locale indica il campo di interazione tra gli attori, che per alcune politiche potrà essere sub-regionale (ad esempio, per le aree interne) o di quartiere (nel caso della rigenerazione urbana). Il nesso capitale sociale-sviluppo locale indica, a mio avviso, una prospettiva fertile di intervento, perché prova a trattare la questione di policy principale che abbiamo di fronte, che riguarda la crescita economica e la sua qualità ambientale. Indica inoltre l’orientamento per cercare i “costruttori di fiducia”, cioè gli attori che, agendo nelle politiche di sviluppo locale, favoriscono la riproduzione di capitale sociale. Io li chiamo city maker.

Da cosa deriva, secondo te, la crisi di fiducia in cui siamo immersi? Indica le tre principali cause scatenanti che ti sembrano più rilevanti. Cosa si intende per te fiducia? Fiducia verso la Comunità e il prossimo? Fiducia per le Istituzioni o altro?

Distinguerei, seguendo Giddens, tra avere fiducia e confidare. Non possiamo non confidare che, ad esempio, i dispositivi tecnologici che supportano la nostra vita quotidiana funzionino. Avere fiducia implica invece un investimento: se ho fiducia nella comunità, nelle istituzioni, nel prossimo, è perché mi attendo che il mio proprio impegno di risorse (fiduciarie) sia reciprocato. Fiducia è sempre scambio e dunque generazione di valore aggiunto.

A livello teorico, conosci riferimenti utili a spiegare i meccanismi alla base della creazione di fiducia? Un articolo, un paper, un libro, una ricerca che consideri particolarmente rilevante? Una analisi da cui pensi sia utile partire?

“L’existence d’un réseau de liaisons n’est pas un donné naturel, ni même un «donné social», constitué une fois pour toutes et pour toujours par un acte social d’institution, mais le produit du travail d’instauration et d’entretien qui est nécessaire pour produire et reproduire des liaisons durables et utiles, propres à procurer des profits matériels ou symboliques. Autrement dit, le réseau de liaisons est le produit de stratégies d’investissement social consciemment ou inconsciemment orientées vers l’institution ou la reproduction de relations socials directement utilisables, à court ou à long terme, c’est-à-dire vers la transformation de relations contingentes, comme les relations de voisinage, de travail ou même de parenté, en relations à la fois nécessaires et électives, impliquant des obligations durables subjectivement ressenties (sentiments de reconnaissance, de respect, d’amitié, etc.) ou institutionnellement garanties (droits)”. Bourdieu, P. (1980) “Le Capital Social. Notes Provisoires”, Actes de la recherche en sciences socials, n. 31

Come si trovano i nuovi “intermediari di fiducia”? Che azioni ci consiglieresti di intraprendere per intercettarli?

Temo che meccanismi tipo call faccia emergere i soliti. Più che intercettarli, penso sia opportuno costruire e consolidare reti. Da questo punto di vista, farei due mosse: 1. Andrei distante per poi tornare a casa. Cercherei di agganciare occasioni di partnership, reti, cluster promossi dalla Commissione su vari temi (dalle partnership sull’agenda urbana ai cluster tecnologici). 2. Utilizzerei strumenti di rete già attivi che possono favorire l’incontro con i city maker, valorizzando network multilivello e pluriattoriali. Ad esempio, la piattaforma agendaurbana.it di ANCI può essere un buon modo.

C’è una persona o una organizzazione che per te rappresenta l’esempio perfetto di un “generatore di fiducia”? Un soggetto di cui ti fidi, che rappresenta un punto di riferimento per rispondere a dei bisogni o che ispira la tua percezione del mondo e del tuo impegno civico? Che cosa gli attribuisce queste capacità?

Mi paiono interessanti gli esperimenti sociali che cercano di creare relazioni nelle città. Penso a quei dispositivi che chiamiamo community hub.

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