“Non potrà esserci trasformazione reale nelle relazioni fra gli esseri umani e delle famiglie finché non si conformerà una nuova cultura maschile. Finché gli uomini non transiteremo verso una nuova forma d’essere data dalla nostra propria volontà. E non come esito di una concessione obbligata o di una sconfitta storica”.

Per l’8 marzo 2020, Ana Victoria Arruabarrena – consigliera direttiva di RENA – ha liberamente tradotto un articolo di Manuel Castells pubblicato su La Vanguardia il 7/3/2020.

“L’8 marzo segna ogni anno la ricorrenza della rivoluzione femminista in corso. E’ una rivoluzione perché mette in discussione la forma più radicata di dominio dell’umanità: il patriarcato, il potere istituzionalizzato che l’uomo – in quanto tale – ha sulle donne e sui bambini. Un dominio che impone l’eterosessualità come norma. Un ordito millenario fatto di discriminazione, repressione legalizzata e violenza tollerata.

Lentamente ma inesorabilmente il femminismo – inteso come cultura, politica e pratica di trasformazione personale – si sta facendo strada nella vita quotidiana, negli ambiti lavorativi, nei codici di comportamento. E questo è possibile perché sta cambiando la consapevolezza che le donne hanno su loro stesse.
Ma la strada è ancora lunga: la maggior parte di esse continua a vivere in società dove i propri diritti non sono riconosciuti e dove la libertà non è rispettata in ambito domestico. Per questo l’8 marzo, giorno internazionale della donna, rappresenta la solidarietà planetaria fra le “condannate” della terra che cercano la strada per la libertà. Ognuna lo fa all’interno delle condizioni specifiche della propria società ma attraverso uno sguardo comune: uno sguardo di sorellanza nel quale tutte si riconoscono perché tutte sanno il pericolo e la paura di confrontarsi con coloro che non si rassegnano a perdere il potere nella società, nella coppia, nella famiglia.
Quanto più diventa ampia l’affermazione dei diritti, della libertà sessuale e dell’uguaglianza sostanziale, più si inasprisce la resistenza machista e più questa diventa violenta arroccandosi nell’ideologia, nella politica, nell’ideologia e nello Stato.

Nelle società democratiche come quelle a cui apparteniamo, inizia ad essere difficile la difesa tout court del machismo, sostenere la “naturalità” dell’oppressione delle donne e delle persone LGBT. Ma sappiamo che molti difensori di queste tesi sono ben presenti in alcuni partiti politici, nelle istituzioni e nella società civile.
Millenni di cultura e di pratiche sociali potranno essere superate solamente se le donne individualmente e collettivamente troveranno il coraggio di mettersi in gioco per le loro figlie e di rompere la riproduzione storica dell’oppressione.

E per questo dovranno affrontare la trappola più pericolosa: loro stesse. I loro dubbi rispetto ai sentimenti di amore, di famiglia, di rispetto a ciò che è costituito. Nonostante sappiano in che modo quel “patriarcato senza nome” ogni giorno le asfissia nel dilemma di pagare il prezzo della libertà con il sacrificio della loro pace e la ricerca implicita dell’amore paterno, familiare e di coppia- dentro di loro persiste la speranza di ciò che potrebbe ancora essere. Stare con uomo non necessariamente porta alla sottomissione “il mio è diverso”. Finché scoprono che non c’entra la buona volontà, bensì quella posizione che gli uomini abbiamo, di adagiarci “a ciò che è sempre stato così”.

Stiamo attraversando una straordinaria trasformazione sociale che si sviluppa in un campo atroce di esistenze spezzate. Da qui la necessità di leggi come quella della Libertdad sexual in corso di approvazione in Spagna e il bisogno di una pressione costante nei confronti di ogni amministrazione pubblica, azienda, comunità perché possa esserci vero e profondo consenso riguardo la parità di genere. E, ancora, perché questa possa tradursi in regola e non più solo in eccezione.

In ogni caso non potrà esserci trasformazione reale nelle relazioni fra gli esseri umani e delle famiglie finché non si conformerà una nuova cultura maschile. Finché gli uomini non transiteremo verso una nuova forma d’essere data dalla nostra propria volontà. E non come esito di una concessione obbligata o di una sconfitta storica.
Tempo fa ho scritto dell’improbabilità di questa trasformazione. Perché dovremmo rinunciare di buon grado allo straordinario previlegio di essere i re della casa, i principi azzurri dell’amore solo perché abbiamo un pene?

Nonostante ciò alcune pensatrici femministe come Marina Su¬birats, mi stanno convincendo della possibilità di un nuovo modo di relazionarsi. Un modo nel quale l’uguaglianza permetta complementarietà, fiducia. Attraverso il quale noi uomini potremmo toglierci quella pesante armatura degli esseri forti, dominanti che ci porta a dimostrare alle altre donne chi è più macho tramite la competizione con altri uomini.
Questo, l’antico tema del femminismo che chiede “uomini che piangano”, uomini senza armatura perché davvero è finita la guerra, uomini multidimensionali capaci di capire quanta vita c’è oltre il potere sociale, il denaro e la capacità della violenza. Uomini che possano scoprire nella cura per i figli, come già in parte accade alle nuove generazioni, quanta gioia possa generare e non più la conferma della posizione di patriarca-predominante. Chissà, solo allora, il femminismo potrà disarmarsi finalmente. E potremo vivere tutte e tutti nell’uguaglianza, nella pace e nell’amore.
Manca ancora tanto. Ma potrebbe essere quella la frontiera del femminismo. La liberazione del carico di maschilità che ancora portiamo noi uomini.

Ma dovremo farlo noi stessi. Perché l’ultima capriola del patriarcato sarebbe chiedere alle donne che facessero il lavoro di liberare anche noi stessi”.

*Manuel Castells, sociologo, economista e professore universitario. Nato in Spagna nel 1942, si è laureato e dottorato alla Sorbonne di Parigi. Professore emerito dell’Università di Berkley dove ha insegnato per oltre vent’anni, è stato docente anche all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi e l’Università di Madrid. Dal 2020 è Ministro dell’Università del Governo di Spagna.

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