La terza giornata della Summer School ha il compito di indagare le tematiche delle diseguaglianze, dello sviluppo e della sostenibilità. Nel pomeriggio il workshop è dedicato al cambiamento nel mondo della comunicazione.

DISEGUAGLIANZE + SVILUPPO E SOSTENIBILITÀ – Curatore e curatrici: Davide Giovinazzo

RIDURRE LE DISEGUAGLIANZE DI OPPORTUNITÀ CON IN PASSAGGIO GENERAZIONALE PIÙ GIUSTO

Salvatore Morelli - RENA Summer School 19Salvatore Morelli (Graduate Center CUNY, Forum Diseguaglianze e Diversità)

Morelli presenta i lavori di ricerca e le proposte del Forum Disuguaglianze Diversità per ridurre le disuguaglianze, concretizzate nel Rapporto 15 Proposte per la giustizia sociale frutto dello studio di più di 100 esperti ed esperte e realizzato in più di 30 incontri e seminari svolti in giro per l’Italia tra il 2017 ed il 2018.

L’impianto concettuale del Rapporto parte dal presupposto che negli ultimi 30 anni c’è stato un arresto se non un’inversione del processo di riduzione delle disuguaglianze. Questo processo è stato frutto di scelte politiche ma anche di un mutato atteggiamento culturale nei confronti della povertà (“se l’è meritata”) e verso il merito (“sono ricco perché l’ho meritato”).

Il Rapporto delinea 15 proposte di politiche che potrebbero essere adottate in Italia.

Una panoramica sulle disuguaglianze 

Dal 1987 al 2016 diminuiscono il reddito totale delle famiglie ed il peso dei redditi da lavoro (-20% lavoro dipendente, -30% lavoro autonomo); ma la ricchezza – dal 1966 al 2016 – aumenta da 20.000€ a 140.000€ pro capite: il debito aumenta ma l’Italia resta comunque uno dei paesi meno indebitati.

La crisi tra il 2006 ed il 2016 ha ridotto i redditi di tutti ma dai dati emerge come le fasce più povere della popolazione siano state maggiormente colpite: la disuguaglianza di reddito è aumentata dagli anni Ottanta, si è stabilizzata nel dopo crisi, ma la povertà è aumentata (intendendo le famiglie con un reddito inferiore del 60% del reddito mediano). Si allarga inoltre la forbice tra il reddito medio delle famiglie “giovani” (under 30) e quello delle famiglie “anziane” (oltre 65 anni).

L’evoluzione della disuguaglianza di ricchezza in Italia

Nel dopo crisi la ricchezza netta cresce per i 10 italiani più ricchi e diminuisce per tutta la popolazione; così come cresce la concentrazione della ricchezza: il 24% di essa è nelle mani dell’1% (i 500.000 adulti più ricchi)… ma diminuisce il peso delle imposte di successione: dallo 0,6% del 1970 allo 0,0% con il governo Berlusconi allo 0,1% attuale.

Sono parallelamente cresciute la rilevanza e la concentrazione dei lasciti ereditari: il 4% dei lasciti supera il milione di euro e rappresenta il 40% del totale del valore dei lasciti.

Rapporto tra generazioni: la probabilità di migliorare il proprio status economico, rispetto a quello del padre è bassissimo tra i poveri; le nuove generazioni sono sempre più dipendenti dalla ricchezza familiare ed accumulano sempre meno risorse finanziarie.

Le ragioni per cambiare

L’Italia è uno dei paesi con più bassa mobilità sociale e le disuguaglianze di ricchezza sono in aumento.

Le nuove generazioni sono sempre più marginali. Circa il 14% dei giovani abbandona la scuola secondaria. Il tasso di disoccupazione fra i 15-24 anni era di circa 35% nel 2017.

I giovani hanno salari di ingresso più bassi, carriere più precarie e progressione salariale più bassa. Di conseguenza, è molto difficile accumulare ricchezza e sufficienti risorse per il pensionamento.

L’attuale sistema fiscale vede con troppo favore i vantaggi ereditati: eredità di eguale valore sono oggi soggette a diversa tassazione; i grandi patrimoni ereditati non sono necessariamente soggetti a tassazione superiore rispetto ai piccoli patrimoni.

Che significa cambiamento? 1 proposta con 2 gambe 

L’imposta sui vantaggi ricevuti

– imposta progressiva sulla somma dei trasferimenti di ricchezza ricevuti nel corso della vita da qualsiasi parte provengano (con soglia di esenzione = 500 mila Euro e tre aliquote marginali: 5%, 25% sopra 1 mln €, e 50% al di sopra dei 5 mln €). Eliminando anche le attuali esenzioni fiscali e rivalutando i prezzi catastali.

L’eredità universale

– trasferimento di ricchezza incondizionato a tutti i giovani al raggiungimento della maggiore età (pari a 15,000 Euro)

Cosa cambierà? Gli obiettivi 

Ridurre la disuguaglianza di opportunità (art. 3 della Costituzione)

–  Ridurre il peso della lotteria sociale e della ricchezza di famiglia

–  Ridurre la disuguaglianza fra chi ha la fortuna di nascere in 
una famiglia agiata e chi no, mescolando meglio le carte nel 
passaggio intergenerazionale della ricchezza

–  Migliorare la giustizia fra generazioni

Aumento dell’indipendenza e della libertà sostanziale dei nostri giovani facilitando il passaggio verso la vita adulta
Si tratta di una proposta – un piccolo tassello. Sfida per il dialogo pubblico! 

 

Giacomo Gabbuti RENA Summer School 2019Giacomo Gabbuti, University of Oxford, Jacobin Italia

La mobilità sociale in Italia. Cos’è, chi la vuole, dov’è andata a finire?

Giacomo, dottorando in storia economica, è redattore di Jacobin Italia, spin off italiano del magazine americano The Jacobin. Questa la trama del suo intervento: 1. Cosa intendiamo per mobilità sociale. 2. Com’è cambiata la mobilità sociale in Italia? 3. Interpretazione, cause e rimedi

  1. Cosa intendiamo per mobilità sociale

Utile chiarire tra intra- (nel corso della vita di una persona) e inter-generazionale (‘multi’ se parliamo di più di una). Ma soprattutto tra:

  • Assoluta – i flussi osservati tra gruppi diversi;
  • Relativa – le diverse probabilità di arrivare in un gruppo, partendo da gruppi diversi.

La mobilità relativa assomiglia all’idea di uguaglianza di opportunità (e di meritocrazia?). Non dobbiamo assicurare l’uguaglianza all’arrivo, ma alla partenza. In parte questo riflette l’idea che l’uguaglianza freni l’efficienza economica – fare fette uguali riduce la torta; ma far partecipare tutti ci assicura di scovare il cuoco migliore.

Ma nella pratica, le due sembrano andare a braccetto: i paesi più eguali sono anche i più mobili.

La mobilità sociale è un vero e proprio collante ideale – il “sogno americano”, ma anche in Europa influenza la visione che abbiamo della disuguaglianza. E contribuisce all’equilibrio politico!

Ma anche oggi si osserva che la possibilità (o la percezione) di mobilità riducono l’opposizione all’ordine sociale esistente, e anche la richiesta di politiche redistributive.

  1. L’Italia di oggi 

Per gli ultimi decenni aumentano le informazioni disponibili – e in effetti abbiamo fonti e indicatori diversi, su aspetti che vanno dal reddito all’occupazione, dalla ricchezza all’istruzione. 
Raccontano la storia di un paese gravemente immobile. 
In molte stime saremmo addirittura tra le peggiori economie avanzate.

La mobilità sembra essere in calo almeno da fine anni ’90- inizio anni 2000.

L’istruzione italiana è più immobile che negli USA, la scuola riproduce le disuguaglianze. Ma in diversi lavori si mostra come nei paesi più immobili (Italia e UK) le differenze non dipendono da istruzione/occupazione e l’effetto è più forte nei settori regolamentati (capitale relazionale).

Analizzando l’eredità dell’occupazione, si riscontrano diversi meccanismi, non solo nelle professioni:

la trasmissione diretta dell’attività familiare; il «capitale culturale» (soft skill?) – molto importante in diverse professioni (industria culturale su tutte), talvolta difficile da separare dalla trasmissione dell’abilità e delle competenze; l’«avversione al rischio». 
Questi meccanismi avvantaggiano di più i figli maschi, e settori dove l’accesso dipende meno da titoli di studio e concorsi.

Interpretazione, cause e rimedi

Dalla grande crescita siamo passati alla stagnazione 
(almeno dal 1992) e a un vero e proprio declino.

Ristagnano soprattutto i salari (la loro quota è crollata 
dagli anni ’80), e il lavoro è sempre più precario (o senza retribuzione). 
Sono riesplosi i divari regionali, assieme a quelli tra 
grandi città e provincia, riflessi dal voto «populista». I lavori «buoni» non sono cresciuti così tanto; anche per le privatizzazioni, le grandi imprese sono sempre di meno, e la domanda di laureati è rimasta bassa. 
La stessa istruzione diventa sempre più «ereditaria», con la scuola che fotografa le disuguaglianze di partenza. 
Anche per questo, nel mercato del lavoro contano le conoscenze personali, con chiari effetti sulla mobilità.

La mobilità sociale cattura appieno molte delle contraddizioni della società italiana: sistemi «pubblici» come la scuola e l’università che cristallizzano le differenze di partenza; diritti «nominali» come quello all’istruzione o all’accesso alle professioni resi vani dalle disuguaglianze economiche, ma anche di status e potere; grande spazio per conoscenze e contatti personali (soprattutto con aziende piccole ed autoimpiego).

Che fare? (parliamone)

Lottare per l’uguaglianza (proposte del Forum Disuguaglianze Diversità, ma anche dell’ OCSE):

  • Istruzione veramente accessibile
  • Riformare il fisco in senso progressivo
  • Sostenere i salari – minimi, diritti
  • Una strategia di coesione territoriale per Sud e aree interne
  • Un welfare universale contro povertà e disoccupazione.
  • Intervenire sulla trasmissione dei privilegi: Professioni, eredità, etc.

La crescita, ma basata su innovazione e alti salari:

  • Investire in istruzione, università e ricerca, ma anche e soprattutto in 
settori in grado di assorbirle;
  • La conversione ecologica, ma non solo – sanità, cultura, ..?
  • Riformare la pubblica amministrazione per ridare allo Stato il ruolo di propulsore dell’innovazione.

 

Raffaele Alberto Ventura – Autore della Teoria della Classe Disagiata

La seconda parte della mattinata prosegue con un intervento che sembra il naturale completamento del discorso sulla sostenibilità economica, aggiungendo il punto di vista filosofico e sociologico. É il ragionamento che fa Raffaele Alberto Ventura a partire dai suoi due libri: “Teoria della classe disagiata” (2017) e “La guerra di tutti” (2019), entrambi pubblicati con minimun fax.  Nel suo ragionamento sulla classe disagiata- i trenta quarantenni, colti e preparatissimi che non trovano nel mondo del lavoro il riscontro sperato e la soddisfazione di anni di studi spesso costosissimi e di lavori sottopagati- lo sfasamento tra aspirazioni e realtà é sempre più evidente.Ventura RENA Summer School 2019

Il capitale culturale accumulato non serve e la riflessione di Ventura parte dall’esperienza autobiografica per allargarsi. Ventura sostiene, attraverso un excursus filosofico e sociologico, che queste tematiche hanno anche una ciclicità, nella storia del pensiero. Partendo da Weber e passando per Giovanni Arrighi, da dove nasce il disagio delle persone espulse dal mondo del lavoro anche se preparatissime? La conclusione temporanea,  spiega Ventura, sono le troppe risorse disponibili a fronte delle troppe poche opportunitá. In Italia e non solo si investe per accumulare capitale simbolico, accumulare esperienze prestigiose con formazioni costose, nella speranza di accaparrarsi i pochi posti disponibili, con la frustrazione che ne deriva quando le aspettative vengono disattese. Senza considerare altri effetti perversi: lo spreco di risorse, l’esclusione delle fasce economicamente deboli da questa competizione, la sempre più accesa lotta di queste elites di accumulatori seriali di capitale simbolico.Si parla di proletariato cognitivo, una classe impegnata in una continua esibizione del sapere che é necessaria per rimanere nella classe stessa. Il kudos, la fama, l’onore, la gloria, il riconoscimento, l’economia della stima:  il capitale simbolico accumulato é disponibile in sovrabbondanza e rimane inutilizzato, infruttuoso, non produttivo.

Quando tutti hanno la percezione di avere il diritto su tutto, la  guerra di tutti contro tutti diventa più di una possibilità e il capitale materiale non risolverebbe comunque la sete di bisogni che sono immateriali. C’é un limite alle case che si possomo possedere così come c’é un limite ai titoli di studio che si possono possedere. Ventura non ha la pretesa di proporre soluzioni ma lancia l’allarme: é importante che in particolare i giovani siano consapevoli di questa situazione,  la classe creativa e disagiata che ha in sé queste problematica ed é urgente creare spazi sociali comunitari dove si devono immaginare altri modelli di senso, di sviluppo e altre regole.

Rapporto tra status e capitale

Il tema affrontato è il Capitale culturale come viatico per l’accesso alla mobilità sociale. Oggi questo meccanismo si è bloccato e non funziona più. Situazioni analoghe si ripetono nella storia con una certa ciclicità. Periodicamente le classi collassano per colpa dell’accumulo di risorse.

Ventura descrive la crisi di sovraccumulazione, ossia il contesto in cui ci sono troppe risorse e troppe poche opportunità, con un conseguente accumulo di capitale tale da non permettere più occasioni di investimento. Citando Hegel, sostiene che il modello di stratificazione della società è dato dal capitale economico e dal prestigio. Il prestigio in fin dei conti è fonte di reddito, è un modo di accedere alle risorse, la circolazione dello status.

Oggi lo status è incarnato nei titoli universitari, al fine dell’accesso alle risorse. Indica il fenomeno della disforia di classe, secondo cui ci sono sempre di più persone educate che si trovano espulse dal proprio cuore di mestiere. Questo porta tutta una serie di fenomeni di frustrazione e di disagio. Come ci comportiamo rispetto al mondo del lavoro e degli studi universitari? L’accesso al lavoro oggi è a collo di bottiglia, con l’esborso di una quantità di risorse e conseguente improduttività, ciò a causa della troppa competizione per accedervi. L’elite di oggi è sempre più inflazionata e impoverita: la borghesia impoverita è la classe che paga le conseguenze di un eccesso relativo di patrimonio, e consuma sempre di più in capitale simbolico – lusso, ma anche cultura. Secondo Hobbes il diritto di tutti su ogni cosa non può che sfociare in una guerra civile. La società liberale ha accentuato questa dinamica.

Reviglio RENA Summer School 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edoardo Reviglio – Capo Economista Cassa Depositi e Prestiti

Analizzando la tipologia degli investimenti nel sociale, il 90 % è rappresentato dai servizi sociali e solo il 10% in infrastrutture: l’impatto degli investimenti nei servizi è praticamente immediato, mentre le infrastrutture rientrano in una logica di più lungo termine, anche per l’inevitabile impatto della burocrazia in quest’ambito. Ci sono studi che hanno dimostrato che l’economia di chi più investe in sociale cresce di più: lo stesso Reviglio insieme a Del Bufalo e Fransen hanno fatto parte di una task force a livello Europeo che ha dimostrato come una moratoria di 1 punto per 10 anni a favore di investimento nel sociale avrebbe un effetto positivo importante sull’economia Europea (cfr. “Boosting Investment in Social Infrastructure in Europe – Report of the High-Level Task Force on Investing in Social Infrastructure in Europe. chaired by Romano Prodi and Christian Sautter”). Guardando ai prossimi 30 anni, il fenomeno più significativo in Europa e in Italia sarà l’invecchiamento della società – le persone oltre i 65 anni di età saranno il 38 % del totale – con conseguenti impatti dal punto di vista sanitario per l’aumento di patologie come Alzheimer e Parkinson. Sarà necessario un new deal in ambito welfare con il raddoppio dell’attuale spesa entro il 2060, spesa che attualmente in Europa si attesta intorno a 140 miliardi di euro.

Reviglio passa poi a descrivere il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti in questo contesto: storicamente CDP fornisce denaro a tassi calmierati in prestito agli enti locali per costruire infrastrutture di welfare. Negli ultimi 10 anni gli investimenti italiani in questo ambito sono crollati del 50% –  e dal 2011 con l’avvento della legge di pareggio di bilancio addirittura dell’84; i comuni hanno bisogno di assistenza tecnica sul territorio per pianificare questo tipo di interventi sulle infrastrutture. D’altra parte il ruolo di CDP – che, ricorda Reviglio è stata fondata da Cavour, ha 430 miliardi di attivo di bilancio e utilizza per un 70% capitali provenienti dal risparmio postale – sta evolvendosi in logica mission oriented per creare il mercato e sempre meno per supplire a fallimenti di mercato come è successo in passato. CDP è stata lo strumento strategico con cui lo Stato ha mantenuto un ruolo nelle imprese strategiche dopo la stagione delle privatizzazioni, tanto che oggi da sola rappresenta circa un terzo della capitalizzazione borsa italiana attraverso colossi come Eni, Terna, Fincantieri, Italgas, Sace etc… Una possibilità sarebbe quella di organizzare le partecipazioni per missioni con obiettivi trasversali di sostenibilità ambientale e giustizia sociale, per esempio attraverso un comitato indipendente che includa esperti dei vari settori industriali e che includa anche imprese che sono ancora a capitale pubblico, come Finmeccanica ed Enel. La stagione delle privatizzazioni ha in molti casi finito per svendere la nostra industria: un’industria forte è indispensabile e vitale per il Paese, per la capacità  delle grandi imprese di sostenere la vera innovazione tecnologica e per l’indotto che generano sulle PMI.

In chiusura Reviglio ha richiamato la nostra attenzione sulle implicazioni patrimoniali di un approccio di questo tipo:  CDP deve mantenere l’equilibrio patrimoniale attraverso il suo capitale, ma un prestito alla Pubblica Amministrazione richiede una garanzia intorno allo 0.8% del capitale investito in quanto si tratta di investimenti a bassissimo rischio, l’investimento in società quotate richiede invece una copertura del 100%.

Chiara Pirovano – Attivista e ricercatrice sulla sostenibilità

L’intervento di Chiara Pirovano, attivista e ricercatrice esperta di sostenibilità, allarga e completa il quadro sul tema portante della giornata. La classe capovolta nel senso letterale del termine, per ragionare con gli studenti e le studentesse della Summer 2019 sul tema della sostenibilità ambientale; Pirovano inizia, infatti, la sua lezione con un’esercitazione interattiva di 15 minuti, in cui le prime le terze e le quinte file vengono invitate a girarsi e a scrivere e disegnare, su un cartellone bianco dedicato, la loro definizione di sostenibilità. L’esercizio, che i gruppi illustrano brevemente alla classe, ha lo scopo di far emergere la complessità del tema, i punti di vista comuni e divergenti,  i segni grafici ricorrenti. Obiettivo ultimo della docente, attivista per il WWF dall’adolescenza, é stimolare la riflessione dell’aula sull’inflazione e la moda che il tema ambientale vive in questa fase storica e stimolare cautela nell’approccio a un tema cosí complesso, la necessità di un riflessione piú articolata, di un cambiamento che non sia adesione superficiale alla moda del momento. La lezione di Pirovano prosegue passando in rassegna le più diffuse definizioni di sostenibilità e gli studi in corso, dallo stato dell’arte sull’Agenda 2030 all’economia della ciambella.

 

ACCOMPAGNARE IL CAMBIAMENTO – Curatrice: Ana Victoria Arruabarrena

Stefania Siani – VP e Chief Creative Officer del Gruppo DLV BBDO e VP Art Directors Club Italia

Il pomeriggio prosegue con una presentazione che é il punto di partenza per un workshop che coinvolge gli studenti: la nostra esperta é Stefania Siani, Chief Creative Officer del gruppoDLVBBDO e Vice president Art Director Club Italia. Siani illustra alla classe un aspetto che ormai da qualche anno ha preso piede nel settore dell’advertising e che coinvolge i grandi marchi internazionale che é uno dei risvolti evidenti della brand awarness and responsability. Anche la pubblicità diventa un veicolo di inclusione sociale, l’occasione per mandare un messaggio specifico e circostanziato su grandi tematiche di discriminazione. Dal gender gap ai diritti delle coppie LGBT, dalla disabilitá alla discriminazione razziale: Ikea, Nike, Ariel, Indesit,nessun grande marchio si é tirato indietro. Art Directors Club Italiano ha istituito un premio, giunto nel 2019 alla sua terza edizione che “ ha l’obiettivo di sensibilizzare creativi e clienti nel svolgere un ruolo attivo nel superamento di ogni forma di diversità, che possa comportare una ingiustificata disparità di trattamento e di rappresentazione sui media”. Per ulteriori info: http://www.adci.it/adci/adci-awards/Premio-EQUAL2019.html

Attraverso la visione commentata di alcuni di questi bellissimi spot, gli studenti hanno avuto gli spunti per cimentarsi a loro volta nella creazione di una campagna socialmente responsabile, con risultati che hanno sorpreso la stessa Siani, che si é complimentata con gli studenti fornendo loro ulteriori dritte durante il momento di restituzione. Li renderemo presto disponibili sul blog ma nel frattempo vi consigliamo anche la visione di alcuni dei video che hanno ispirato la classe: ThusAbles.com di Ikea oppure Go back to

Africa https://youtu.be/PoyutLAPUbQ , dove attraverso l’utilizzo della data driven creativity gli ideatori della campagna sono tiusciti a trasformare i commenti razziali degli haters sui social in messaggi di promozione del territorio africano.

Annibale D'Elia Reviglio RENA Summer School 2019

Annibale d’Elia, Direttore Innovazione Economica, Comune di Milano

L’intervento di Annibale D’Elia chiude una giornata ricca di spunti e stimoli. Nella suggestiva cornice del cortile delle Monacelle, D’Elia provoca l’uditorio decidendo di condividere “le rogne” di chi fa politiche pubbliche innovative: un’acuta lettura di tutti quegli elementi che ostacolano il cambiamento, osservate dal punto di vista dei policy makers che vogliono esplorare nuove strade per fare funzionare il paese.

La prima rogna, dice D’Elia, è la mancata narrazione della classe media e delle difficoltà che sta vivendo: laddove gli high performers vengono narrati con la retorica delle startups, dell’eccellenza e del merito – e laddove i più disagiati vengono seguiti nelle loro battaglie come quelle dei riders – i medi, semplicemente, non sono visibili. Ed eppure, esistono.

La seconda difficoltà è sapersi relazionare con la geografia dei luoghi che non contano: quella rappresentata da mappe che individuerebbero trend e cluster da rappresentare a colori, e che però non offrono la profondità della comprensione dei territori e delle comunità.

La terza “rogna” sono le reti, che se da un caso connettono dall’altra disconnettono: citando Manuel Castells, D’Elia ricorda come le reti a cui apparteniamo definiscono chi siamo; e per chi non appartiene alla rete dei cosmopoliti, quella dei tolleranti allergici ai confini, è probabile un ritorno a forme di appartenenza non negoziali, in cui l’ostentazione di un rosario non ha valore religioso ma quello di definire un’identità.

La quarta provocazione di D’Elia è un appello per una riforma contro la circolazione delle buone prassi: un onesto j’accuse contro chi ritiene di poter estrarre una pratica da un contesto ed impiantarla meccanicisticamente in un altro, aspettandosi risultati identici.

In ultimo, D’Elia spiega che una difficoltà dei policy makers è gestire la divergenza tra le dinamiche delle corporation e le dinamiche di piattaforma, oggi più che mai presenti: “Bisogna uscire dalla logica dei KPI”, spiega D’Elia, “perché quando si innova ci sono risultati la cui pervasività e il cui impatto, semplicemente, non si possono nemmeno immaginare. Come per Facebook”.

Ma nonostante le “rogne”, D’Elia chiude con una proposta di direzione per chi vuole rigenerare le politiche pubbliche del Paese: costruite per intenzione, non per funzione. “Se vuoi fare qualcosa”, conclude, “renditi utile: smettila di cercare di mettere ordine. Ragiona per processi e non per modelli”.

Questo articolo è un lavoro di intelligenza collettiva di: Davide Giovinazzo, Francesca De Finnis, Augusta Giovannoli (Popi), Silvana Taglianini, Giulia Naldi, Daria Santucci, Ana Victoria Arruabarrena, Giuseppe Ciarliero