E’ passata poco più di una settimana dalla fine del Festival delle Comunità del Cambiamento. E noi siamo ancora storditi dalla quantità di contenuti e stimoli che ci sono arrivati da tutti voi. Vorremmo ringraziare ad uno ad uno partecipanti, relatori, partner e tutti coloro che hanno reso possibile la due giorni di apprendimento collettivo a cui abbiamo dato vita tutti insieme.
Il modo migliore per ringraziarvi è iniziare a condividere quanto abbiamo imparato insieme. Per facilitare una rielaborazione collettiva. E per costruire un terreno comune su cui coltivare il futuro.
Perchè al Festival abbiamo capito che cambiamento, innovazione e comunità non sono parole neutre o vaghe. Ma è anche sempre più chiaro che abbiamo molto lavoro da fare, se vogliamo riempirle dei giusti significati.
 
Cosa abbiamo imparato al Festival delle Comunità del Cambiamento 2015?

Che il cambiamento non è una cosa che si improvvisa. E che bisogna imparare a misurarsi con la realtà, darsi degli obiettivi specifici, assemblare degli ingredienti apparentemente diversi e porsi l’ambizioso obiettivo di diventare indispensabili

 
 
Che le pratiche di innovazione sociale che molti di noi stanno sperimentando possono davvero trasformarsi in nuovi modi di fare e di stare insieme. Ma è un percorso lungo, che va progettato.

 
 
Che orientare il cambiamento vuol dire sempre spostare qualche rapporto di potere. E sono equilibri variabili e multiformi che dobbiamo imparare a leggere, prima ancora di immaginare un intervento.

 
 
Che il cambiamento è un processo collettivo. Ma che le comunità in cui ci ritrovavamo ieri sono un po’ diverse da quelle di oggi. Per cui, anche qui, dobbiamo capire bene quali sono quelle che ci piacciono di più e quelle che ci piacciono meno.

 
 
Che questa cosa del generare cambiamento ci richiede di essere plastici più che flessibili. E che in certi casi è più importante essere disponibili a cambiare (idea, modi di fare, obiettivi) più che restare attaccati ad una maglia per questioni di mera appartenenza.

 
 
Che i confini tra il profit e il non profit sono ormai sempre più labili. Così come quelli tra Stato e Mercato. per cui se vogliamo sperimentare, dobbiamo apprezzare il valore di nuove forme di ibridazione e ridefinire ci il concetto stesso di valore (e i processi per generarlo).

 
 
Che l’innovazione sociale è una cosa seria. E che prima o poi dovremo affrontare il tema del conflitto.

 
 
Che a sperimentare ormai siamo in tanti. Ed è possibile tracciare un vero e proprio identikit di chi genera cambiamento. O almeno ci prova.

 
 
Che il cambiamento è questione di metodo e strumenti. Di come si fanno le cose. E di quanta attenzione dedichiamo a tanti piccoli dettagli. Per cui.. in tanti processi apertura, trasparenza e accountability non sono solo delle sfumature o delle dichiarazioni di intenti. Ma sono quello che da sostanza alle cose, crea fiducia e porta risultati.