Sfoglia i giornali che l’amico gli ha portato, gli parla dello schema di una lettera ai giovani che vorrebbe scrivere in fretta, anche se i medici dicono che non dovrebbe nemmeno scrivere. Al punto uno avrebbe messo: la dignità del lavoro. Avrebbe chiarito il giudizio sull’Italia e sul fascismo, si sarebbe detto nemico dell’esilio – anche di questo, del proprio. Avrebbe accusato chi accetta i compromessi, chi resta a guardare. Il Risorgimento non è ancora finito, amico mio, anzi, forse deve ancora cominciare: bisogna che lo spirito della rivoluzione invada le università, le incendi. Stefano lo vede agitarsi, gli dice sì, il sogno è questo, ma si infrange sul terreno pratico, s’infrange nel confronto con le masse. Ci vorrà tempo, gli risponde Piero, con il tono di un padre, di un saggio, ci vorranno tempo, educazione, esempio. C’e tanto da fare! Lo ripete ad alta voce per se stesso. La casa editrice, la rivista. Una rete di studenti per preparare le classi dirigenti del futuro. Una mostra dei quadri di Casorati a Parigi. Appena starò meglio mi occuperò di tutto”.

E’ il Piero Gobetti di Paolo Di Paolo, quello raccontato nel romanzo Mandami tanta vita. E’ il Piero Gobetti a pochi giorni dalla sua morte nel letto di ospedale di un’indesiderata Parigi, afflitto dalla mancanza di sua moglie Ada e del suo pussin, il piccolo Paolo. E’ il febbraio del 1926, quando l’Italia sembra ormai addormentata dal Fascismo e le memorie della Torino delle occupazioni pacifiche delle fabbriche di appena sei o sette anni prima sembrano allucinazioni suggerite dalle febbri. Piero non si sa arrendere e ritrova orgoglio nel ricordo del motto scelto per le copertine dei suoi libri Che ho a che fare io con gli schiavi? Sta per morire, ma ancora crede che ci sia molto da fare e che buona parte di quel molto spetti a lui, e ai suoi amici, ai suoi collaboratori. Ha soltanto ventiquattro anni, ma ha già vissuto le vite di tre sessantenni.

Vorrei che il breve romanzo di Di Paolo venisse letto da tutti i maturandi di Italia, e anche da tutti i loro genitori, e dai loro zii e dai loro nonni, e naturalmente anche da tutti gli Arenauti, e da tutti gli amici di RENA. Vorrei che il racconto fantasioso degli ultimi mesi della vita di uno dei miei eroi adolescenziali regalasse qualche ora di compagnia a tutte le persone che sentono di avere un fuoco dentro, quello che brucia per la voglia di giustizia, onestà, e dignità. Vorrei che grazie a Paolo di Paolo di Gobetti tutti imparassero ad apprezzare lo spirito e la fame di idee e la voglia di cose belle. E su tutto la passione per la libertà, e il bisogno di questa per poter essere veramente vivi.

Ne sono certo, oggi Piero Gobetti fonderebbe RENA. Non è vero, Alessandro Fusacchia?