di Gianni Riotta – ripreso da Il Sole 24 ORE, 10 ottobre 2010
John Elkann, giovane presidente della Fiat, si prepara a un viaggio aereo quando un signore lo avvicina e gli consegna un libro: «L’ha scritto mia figlia, gli dia un’occhiata ingegnere». Se Elkann avesse detto, con la sua educazione torinese, «Grazie», dimenticando il volume alla prima sosta, non sapremmo della storia di Giorgia Petrini e di suo padre Giuseppe, ex Ibm. Giorgia, dopo avere suonato la chitarra in strada e avere fatto la barista, ha deciso che la sua missione nella vita è «dimostrare quanto sia sexy fare l’imprenditore» e ha raccolto le storie di giovani capitani d’industria nel saggio L’Italia che innova (Koinè). Elkann non dimentica il libro e lo regala a Bill Emmott, barbuto ex direttore dell’«Economist» che sta scrivendo a sua volta di Italia 2010.
Grazie a un padre “all’italiana”, alla cortesia di John Elkann e alla passione di Giorgia, Emmott scopre l’Italia che legge svogliata le pagine politiche dei giornali su questa o quella porcheria, ma lavora di buzzo buono per far primeggiare il paese nel mondo globale. Ed è questa la linea più nuova di Forza, Italia (Rizzoli), bel libro che raccoglie un reportage lungo la penisola, da Nord a Sud, a descrivere il duello tra «La cattiva e la buona Italia» (il copyright per «Forza, Italia» appartiene a me, sul «Corriere della Sera» 1994-1996, coniato per indicare ai tifosi una via neutrale per incitare la Nazionale di Sacchi, dopo la nascita del partito di Berlusconi: ceduto a Bill a titolo gratuito…).
Emmott è famoso in Italia per le critiche del settimanale economico inglese a Berlusconi e ha ricevuto il prestigioso premio «È giornalismo», finendo descritto dalla destra come «comunista» (giovano alla caricatura calvizie, pizzetto e strepitosa somiglianza con Lenin), bizzarro esito per un ammiratore anticomunista delle teorie liberali e liberiste di Adam Smith. E, certamente, Forza, Italia sarà letto con riflesso condizionato, manifesto pro o contro le proprie tesi: sarebbe un peccato, perché nel viaggio in Italia di Bill Emmott c’è l’occhio capace di stupirsi del cronista che non cerca dati a conferma delle proprie opinioni, ma si sforza di restare equanime.
Così i partigiani del presidente del consiglio si stupiranno nel leggere critiche severe a Walter Veltroni sindaco di Roma che ostacola la start up Terravision di Fabio Petroni nei trasporti della capitale, perché – secondo Emmott – fuori dalle clientele economiche.
E l’incontro con Nichi Vendola è riassunto in una divertente battuta, la sola intervista con una sola domanda dell’autore, seguita poi da una risposta fiume (oltre un’ora) del governatore della Puglia. La reazione a Vendola è un po’ simbolo di Forza, Italia. Emmott va incuriosito dall’ex comunista, gay, cattolico, che difende in Puglia le imprese ed è bene introdotto da Alessandro Laterza, dirigente di Confindustria ed erede della storica casa editrice. Con piacere sente Vendola parlare di «globalismo» e denunciare il «brezhnevismo», la squallida burocrazia che avvilisce il Sud. Ma i suoi entusiasmi sono temperati quando Vendola, con opportunismo classico, dimentica il mercato globale e la critica alle clientele, e si precipita a denunciare l’innovazione alla Fiat difendendo il «brezhnevismo» a Pomigliano. Il rischio è – commenta Laterza – che le ambizioni nazionali facciano dimenticare il laboratorio pugliese.
Sulle orme dell’industria “sexy” di Giorgia Petrini e con l’aiuto dei ragazzi di Rena (Rete per l’eccellenza nazionale) Emmott parte in cerca del network della buona Italia, capace di tenere il paese al quinto posto mondiale nella manifattura, dopo Usa, Cina, Giappone e Germania, al punto da fare lamentare il columnist del «Financial Times» Martin Wolf: «Magari avessimo in Gran Bretagna l’industria manifatturiera italiana».
È una galleria umana ed economica che consola e appassionerà il lettore. Ci sono i Planeta in Sicilia, preoccupati «per la miseria» che la crisi seminerà con la sua «rivoluzione», eppure capaci in pochi anni di reclutare il geniale Carlo Corino in Australia e fare di Planeta e Settesoli due leader dell’enologia. Una generazione fa il vino siciliano partiva nelle autobotti verso la Francia per «tagliare» il nobile prodotto francese (e i contadini irati aspettavano i convogli alla frontiera nella protezionistica «guerra del vino»). Oggi Planeta, Tasca d’Almerita, Donnafugata e, nel settore di massa, Settesoli e Corvo danno all’isola massa critica nel mercato globale.
Ci sono nomi noti e meno noti. Nerio Alessandri che con Technogym porta il Made in Italy a ogni Olimpiade nell’attrezzatura da palestra, Leonardo del Vecchio e Andrea Guerra fanno di Luxottica il brand che ogni ragazzo sogna, a Los Angeles, Shangai e Mumbai, lo stile di Tod’s e Geox, Alessandro Profumo e Corrado Passera raccontano come le banche italiane, da sportelli di provincia son diventate player europei. E il risorgimento di Torino appassiona Emmott quanto una colazione al Cambio: la Fiat che batte i gufi e riparte, le Olimpiadi invernali, il Salone del Gusto, Slow Food di Carlin Petrini considerato un guru e un imprenditore, il network Unimanagement affidato all’ex sindaco Castellani, Eataly, il Politecnico del rettore Profumo sistema nervoso delle start up, il Museo del Cinema alla Mole Antonelliana e perfino, qui Andrea Agnelli e John Elkann sorrideranno, la Juventus post Moggi-Giraudo, che punta su vivaio e bilanci in ordine.
Le storie nuove son però quelle su cui più lettori, opinione pubblica e classe dirigente dovrebbero soffermarsi. Hanno tutte la stessa struttura, un imprenditore che Giorgia Petrini direbbe «sexy», un’università capace di far ricerca, qualche riferimento pubblico non «brezhneviano». La buona Italia allinea Brunello Cucinelli, che ha l’idea di dare ai pullover di cashmere una tavolozza di colori anziché il solito grigio topo e finisce celebrato dal settimanale «New Yorker». Cucinelli spiega a Emmott come divide i profitti tra sé, la famiglia, l’azienda e gli operai, l’occhio alla Regola di san Benedetto.
C’è a Treviso la H-Farm di Maurizio Rossi, incubatore di venti nuove aziende in contatto con l’ateneo veneziano di Ca’ Foscari, dove Emmott impallidisce scoprendo di essere l’unico superstite senza iPad sottobraccio. La robotica per test di Loccioni, in collaborazione con la scuola Sant’Anna, costringe il perplesso suddito di Sua Maestà Britannica a una sorta di gioco del bowling in chiave filosofica. La voglia di novità fiorisce nel classico, a Ferrara tra gli splendori degli Estensi si radica un polo tecnologico con PharmEste, germoglio sostenuto da aziende storiche e finanza. Ci sono la Fluidotecnica di Sanseverino e la Tecnam di Luigi e Giovanni Pascale Langer, capaci di costruire un aereo meraviglioso nel cuore di Gomorra. Tecnam è l’antiPomigliano, il Sud che innova e crea senza lamenti, clientele, lobbies. Il Sud – come potrebbe essere altrimenti? – ammalia Emmott che concede spazio e prestigio alla rivolta contro la criminalità organizzata guidata dalla Confindustria, con Ivan Lo Bello e Antonello Montante. Racconta dei ragazzi di Addio Pizzo, dei Cento Passi, dei fratelli Conticello che denunciano la mafia in difesa dell’antica Focacceria San Francesco: ma, alla fine, l’ex direttore della rivista manifesto del capitalismo e del libero mercato è cosciente che solo quando la ricchezza del Sud da illegale diverrà legale il racket sarà sconfitto. Per questo il «no» degli imprenditori, pur giudicato tardivo dal patriarca novantacinquenne Mimì La Cavera, ex presidente di Confindustria Sicilia, è cruciale nella battaglia che vede in prima linea Roberto Saviano.
E siamo arrivati alla politica. Emmott ha come gioiello nel libro un’intervista con il presidente Napolitano, che dallo splendore un po’ malinconico del Quirinale denuncia «l’impotenza» italiana per le riforme, si dice a tutti i costi «ottimista», riconosce che «la giustizia è malata». Per Berlusconi invece la critica resta radicale, non ha saputo innovare l’economia italiana come promesso. Per Tremonti luci e ombre, bene sui conti, male sul no alla globalizzazione e sulla mancanza di stimolo per le imprese. Della stampa tricolore Emmott salva la coppia della Casta Stella&Rizzo, la Gabanelli, Nuzzi di «Libero», la Sabina Guzzanti per un documentario, Fabrizio Gatti e questo cronista (che riconosce qui il conflitto di interessi). Speranze future? Il governatore Draghi, la Bonino, Giovannini dell’Istat, il prestigio delle forze armate in missione di pace, le riforme finanziarie avviate dal molto elogiato Giuliano Amato. Chiude il libro un autoironico “manifesto” politico che ricalca le indicazioni di Napolitano e che include non pochi spunti interessanti: ci sarà da dibatterne. Ma nel dire «Arrivederci al Bel Paese» Bill Emmott sa qual è la posta in gioco. Che prevalga la Buona Italia sulla Cattiva, anche dove si intrecciano. Per la Cattiva – ad esempio – famiglia significa raccomandazioni e lobby, per la Buona sostegno, calore e istruzione. In un lancio di dadi il male può diventare bene. È quello per cui tifa Bill Emmott, inglese d’Italia.
Il volume
Uscirà in libreria mercoledì prossimo il nuovo libro di Bill Emmott, ex direttore della rivista britannica «Economist». Si intitola Forza, Italia – Come ripartire dopo Berlusconi ed è un reportage attraverso l’Italia, da Nord a Sud, in cui il giornalista inglese, noto nel nostro paese per gli attacchi al premier Berlusconi dalle colonne del suo giornale, si avventura nella penisola in cerca di esempi positivi che contraddicano la cattiva opinione che gli italiani hanno di sé. Nel suo viaggio Emmott incontrerà l’Italia delle eccellenze economiche e culturali, e della lotta alla mafia, ma anche quella delle clientele politiche e dell’immobilismo. Ne esce il ritratto di un duello tra «La cattiva e la buona Italia».
Bill Emmott, «Forza, Italia», traduzione di Chicca Galli, Rizzoli, pagg. 254, 19,50.