Ovvero, come inventarsi una professione (senza frequentare l’università).
Lo sappiamo, la mamma ci terrebbe tanto a vederti “sistemato” il prima possibile. La barba fatta ogni mattina, giacca e gemelli in pendant con le striature della cravatta, una brava ragazza di buone maniere al fianco.
Invece.
Il modello dell’accasamento, nell’era dei lavori precari e dell’amore liquido, non è più valido. Chi si siede è perduto, e allora tanto vale forse buttarsi nel pack duro della mischia, dove i duri cominciano a giocare. E così, se già a scuola eri tra quelli che più s’infastidivano ad obbedire agli ordini dei professori, e se avevi una sana allergia per regole e modelli di comportamento non sempre condivisibili, potresti evitarti un futuro da dipendente, e provare a farcela da solo.
Paradossalmente, non c’è miglior tempo che quello di recessione per provare a buttarsi sul mercato, meglio se con un’idea davvero innovativa. Laddove c’è stagnazione, ci sono immense potenzialità, come ci insegnano i saggi cinesi, che nel loro ideogramma della parola crisi nascondono insieme quelli di “minaccia” e di “opportunità”, in una sintesi mirabile dell’analisi SWOT.
Chi esce da alcuni istituti, come ad esempio ragioneria, è già quasi pronto a “scendere in campo” con una piccola start-up, un’azienda, spesso anche inizialmente una semplice Srl (società a responsabilità limitata), con cui operare in maniera snella e senza tanti costi di struttura. Ma anche gli altri possono provare a mettersi in gioco, magari con l’aiuto di enti o “mentori” di vario genere (i mecenati esistono anche nel XXI secolo, e la passione per quello che si fa in questo rappresenta il miglior asso nella manica).
La letteratura aziendale recente è ricca di casi di splendide parabole, specie nel settore IT, di realtà nate da sbarbatelli in t-shirt nei garage di Palo Alto che si sono imposte alla ribalta dei grandi palcoscenici mondiali. Quello di cui la bibliografia è invece decisamente più scarna, è il racconto dei mille fallimenti che stanno dietro ad ogni storia di successo: per ogni Zuckerberg e per ogni Steve Jobs, ci sono milioni di aspiranti imprenditori che hanno mollato strada facendo, a volte non solo per negligenza o mancanza di capacità, ma per limiti cogenti e congiunturali del mercato.
Il problema è che spesso le PMI (piccole e medie imprese) si arenano su problemi di cash-flow: pur avendo dei business profittevoli, l’andamento finanziario dell’azienda può soccombere dietro crediti procrastinati, cambiali e pagherò, che nel medio-lungo periodo soffocano la buona volontà degli imprenditori, cui non sempre le banche concedono linee di credito.
Il luogo comune che fare business in Italia sia infinitamente più difficile che altrove, in fondo, non è solo un luogo comune. Ma se burocrazia e imposte spesso mettono le briglie alla crescita di casa nostra, altre importanti opportunità spesso vengono celate, o non hanno la forza di emergere dalla matassa di notizie in cui siamo giornalmente imbrigliati.
È il caso ad esempio dei venture capitalist, aziende nate appositamente per investire e finanziarie le idee più brillanti, con modelli di business giudicati profittevoli. Se questa pratica altrove è diffusissima e ben nota da decenni (specie negli States: Google è nata certo dal genio di Larry Page e Sergey Brin, ma anche grazie al centone di migliaia di verdoni sganciato dalla Sequoia Capital), negli ultimi anni finalmente anche in Italia le cose si stanno muovendo. E non poco.
Tra le iniziative più note anche ai non addetti ai lavori c’è quella di Telecom Italia, che con il suo “Working Capital” ha avuto il raro merito di riuscire a penetrare molto in profondità nella popolazione con una campagna di marketing accattivante ed un impegno costante sul territorio. Un altro esempio brillante è quello di dPixel, che ha già finanziato realtà importanti come Glomera, Vivaticket e Sounday.
Ma se il settore dell’Information Technology è quello che ovviamente tira di più, nella nostra Net Economy, non bisogna per forza essere dei nerd per diventare imprenditori: Invitalia, evoluzione dell’embrionale Sviluppo Italia, mette a sistema gli sforzi del Bel Paese per sostenere la crescita dei progetti imprenditoriali italiani, declinando l’offerta in maniera specifica per ogni regione. Una sorta di Piano Marshall democratico, che pensa soprattutto in rosa e parla dialetto meridionale, per cercare di annullare il gap col Mezzogiorno e annullare le disparità tra sessi.
Pensate sia troppo presto per buttarsi in un’attività imprenditoriale? Beh, non fatevi traviare dalle statistiche: se è certamente vero che, soprattutto in Italia, conseguire una laurea o un master costituisce una garanzia a livello di remunerazione da dipendente, spesso nell’imprenditoria chi parte prima acquisisce un vantaggio strategico sui suoi futuri competitors.
Non temete, dunque: non state bruciando le tappe, anzi, non è mai troppo presto per iniziare. E soprattutto, una volta imparato ad imparare ogni giorno, non sarà mai troppo tardi per cambiare percorso, e reinventarsi di nuovo, poi.