Io non sono mai stato un grande calciatore. Me la cavavo con la grinta, però con i piedi lasciavo a desiderare. La palla, che tra le gambe dei miei amici sembrava un gatto che fa le fusa, tra le mie diventava un gatto a cui hanno appena calpestato la coda. Non si fermava, potevo provare qualsiasi mossa, qualsiasi gesto tecnico, ma arrivato sul mio destro il pallone immacabilmente passava di lato, o sotto, oppure rimbalzava quel tanto per riuscire a non fermarsi dove, come e quando volevo io. In più ero piccolino di corporatura e quindi, nello spalla a spalla con l’avversario, in genere ero io quello che ci rimetteva. A David, però, un giorno raccontai la storia del ginocchio. Gli dissi che io dovevo andare a fare il provino alla Juventus e che era già stato tutto organizzato. L’osservatore era venuto al campo della Paganese AC, la squadra del quartiere, tutto incravattato, e alla fine dell’allenamento si era avvicinato, mi aveva messo una mano sulla spalla e mi aveva detto che avevo stoffa e che voleva vedere come stavo con la maglietta bianconera. Guardandomi dritto negli occhi mi aveva chiesto ti piace la Juve, vero? e io avevo sentito l’odore di sigaro bagnato appiccato alle sue dita, avevo trattenuto il respiro, e fatto su e giù con la testa, e quello si era messo a spiegare che mi stava per essere data l’opportunità della mia vita e che dovevo considerarmi fortunato e ringraziare il padreeterno che quel giorno s’era alzato con il piede giusto.
Quella scena io l’avevo vista per davvero, ma non era capitata a me. Era capitata a Luciano, il figlio del macellaio, che alla fine fu selezionato e fino a quando non prese il vizio di fumare se ne andò per il quartiere con la borsa con la zebra a spalla e dietro tutte le ragazzine. Un sabato David stava triste. Tornavamo da una partita con la squadretta di paese in cui l’avevo iscritto quando aveva fatto sei anni. Eravamo andati fino a Collegno per non fare altro che predere freddo e battere i denti, io sulle gradinate del campo sportivo di periferia e mio figlio su una panchina di ferro arrugginito. David era sovrappeso, non correva, non poteva correre, e però che deve fare un padre che ha un figlio obeso? Lo fa stare a casa così gli amici non lo prendono in giro, oppure prova a farlo dimagrire? Mia moglie non aiutava con i suoi pasti a menu completo a pranzo e a cena e quindi a me sembrava giusto insistere. Ma quanto mi faceva male vederlo uscire dagli spogliatoi con il piumino che gli arrivava fino a metà polpaccio, mentre gli altri ragazzini scattavano su e giù per il campo per scaldarsi prima che cominciasse la partita? Madonna mia, come bruciava starsene in mezzo a tutti gli altri padri che si scambiavano commenti sul rendimento dei propri figli e si davano cameratesche pacche sulle spalle e sguardi di intesa quando un pallone finiva nella rete avversaria. Era andata così pure quel giorno. Gli altri padri avevano passato un’ora a urlare arbitro cornuto e altre fesserie di questo tipo e io e David eravamo stati zitti zitti in un angolo a tirare giù il groppo amaro. La differenza venne dopo, quando alla fine della gara, dopo essersi ricambiato, mio figlio aveva detto di no alla cocacola di rito che gli offrivo ogni volta prima di rimetterci in macchina. Disse mi fa schifo la coca cola con gli occhi che ha adesso quando racconta della sua ultima promozione e che allora erano solo dei brevi lampi, delle scintille senza fuoco che sparivano subito dopo essersi fatte vive. Mi venne d’istinto, lui disse che la coca-cola gli faceva schifo e io, tirandomelo in macchina, perché non volevo che nessuno sentisse quello che stavo per dire, gli raccontai la storia del ginocchio. Partii dalla cosa che era capitata a Luciano, il figlio del macellaio, e la feci diventare una cosa mia e, quando arrivai al punto in cui avrei dovuto raccontare del primo allenamento in casacca bianconera, mi presi una lunga pausa, e con una faccia da tenente Colombo sulla scena del delitto dissi tre giorni prima del provino giocavo in cortile con gli amici miei e uno mi prese da dietro, e babam mi fece girare il ginocchio di tre quarti, così, con un colpo solo. Fine. Carriera andata. Era per questo, dissi a David, che volevo che lui continuasse a giocare, doveva fare quello che non avevo potuto fare io. Mi sembrava un modo per dargli forza, una ragione per lottare, una motivazione, si dice così, no?  Mica mi accorsi che con una bugia avevo avevo finito per dirgli una specie di verità. Mio figlio fece solo una domanda, poi abbassò la testa e non fiatò fino a quando non fummo sotto casa. Mi chiese ma scusa, pa’, ma tu non sei dell’Inter? Quasi mi strozzai quando me lo chiese. Dissi e che c’entra? Ma per il resto del viaggio il rumore del motore della centoventisette mi riempì le orecchie fino a farmele scoppiare. L’autoradio non ce l’avevamo ancora a quel tempo.
Una sera di qualche anno più tardi, alla fine dell’estate, Ornella cucinava i calamari all’uovo, io mi fumavo una sigaretta sul balcone della cucina e David era in camera con Filippo, il mio figlio più piccolo. Da qualche mese avevamo in casa l’Atari 2600, una specie di playstation primitiva in cui si infilavano delle cassettine che facevano comparire sullo schermo della televisione dei videogiochi a colori molto più belli di quelli delle macchinette con i cristalli liquidi. Andrea, il figlio di Michele, l’ingegnere del terzo piano, ne aveva voluto un modello nuovo e del vecchio non sapeva cosa farsene, così un giorno padre e figlio si erano presentati davanti alla porta di casa con un groviglio di fili, una scatola di plastica nera e dei cosi dritti che si chiamavano joystick. Avevo accettato l’offerta senza sapere che mi stavo condannando a interi pomeriggi di pieni di bing e boing e di tutti quegli altri rumori che non non erano mai entrati in casa mia prima di allora. Mi stupì scoprire che David già sapeva tutto su quell’aggeggio infernale e gli bastarono pochi minuti per collegarlo al televisore e dare inizio alla sua prima sfida domestico-cibernetica. In realtà questa cosa che David cominciava a sapere molte più cose di quante non ne sapessi io stava diventando ormai un motivo ricorrente. Non che lo trovassi poco normale o che l’idea andasse a stuzzicare il mio orgoglio di uomo, d’altra parte qualche settimana più tardi David avrebbe cominciato il liceo, ma che mi stupisse era un fatto assodato. In ogni caso quella sera Ornella cucinava, io fumavo e i ragazzi giocavano, mentre alla radio ripassava per la milionesima volta È qui la festa di Jovanotti e in sottofondo arrivavano i suoni elettronici del pacman che scappa dai fantasmi colorati. Era una serata normale alla fine di un’estate che ci aveva lasciato tutti con l’amaro in bocca. Agli europei l’Italia degli esperimenti di Azeglio Vicini era stata mandata fuori in semifinale dall’URSS, che poi si era a sua volta fatta bucare da Gullit e da Van Basten, per consegnare la palma nelle mani degli olandesi. In quei mesi a David erano venuti i primi brufoli, ma in compenso era magicamente scomparsa la panza. Avevo letto da qualche parte che tra la pubertà e l’adolescenza i ragazzi possono trasformarsi in maniera radicale, ma quello che successe a mio figlio fu una vera e propria metamorfosi. Da liscio e ciccio David in due o tre mesi diventò ruvido e smilzo e soprattutto più alto di me.
Lo squillo del telefono non lo sentii o probabilmente lo confusi con l’urlo di un pacman morente. Sentii solo la voce di mio figlio che diceva che qualcuno mi voleva al telefono. La cosa mi stupì perché a quell’ora del giorno in genere non mi cercava nessuno e più in generale perché di norma al telefono cercavano Ornella, mica me. Spensi la sigaretta sulla ringhiera del balcone e con un colpo secco del dito medio la feci volare in cortile. L’eco del mozzicone che cadde fu la voce di mia moglie ci sta il posacenere per le sigarette. Statti zitta per favore la rimbeccai io che sto al telefono prima ancora di esserci arrivato. Con la faccia cercai di capire da David di chi si trattava, ma mio figlio inarcò il labbro inferiore, mi diede le spalle, e se tornò con una fretta sospetta in camera sua. Mi schiarii la voce e dissi pronto, chi parla? Dall’altra parte della cornetta, avevamo ancora i telefoni grigi con la rotella che girava, un signore con la voce roca da fumatore incallito mi chiese se ero il padre di David ignorando la mia domanda. Confermai e lui proseguì come in coppa a un treno. Mi spiegò che mio figlio ci sapeva fare, magari gli mancava un po’ di fiducia in se stesso, ma lavorandoci su sarebbe fiorito. Disse proprio così fiorito. Disse che si capiva che David aveva voglia di fare vedere quanto valeva, ma non aveva ancora capito bene come fare, ma per quello c’era la scuola. Disse questo tipo di cose qui e andò avanti per cinque minuti buoni e fra e me e me pensai e questo chi cazzo è che mi telefona all’ora di cena e si mette a fare lo psicologo di mio figlio? Un maniaco? Per riuscire poi a infilarmi in una pausa probabilmente fatta solo per tirare un respiro più lungo. Ne approfittati per chiedere di nuovo con chi stavo parlando, questa volta riuscendo a portare a casa un risultato discreto. L’uomo si presentò come il signor Giannelli, dirigente dell’USD Victoria Ivest. Scusi chi? Presi tempo. Giannelli ripeté l’uomo tralasciando la parte della presentazione che io ritenevo più importante. Intanto Ornella, con infallibile istinto materno e senza poter aver sentito neanche un pezzetto della conversazione tra me e Giannelli, aveva capito che c’era nell’aria odore di cambiamento e non soltanto di calamari all’uovo. Aveva recuperato una sedia e me l’aveva offerta, poi ne aveva presa un’altra e mi si era messa a sedere accanto, mentre dalla camera il pacman si sbarazzava di qualche fantasma di troppo.
Il Victoria Ivest era una squadra di calcio della periferia torinese famosa anche in provincia per avere una rinomata scuola calcio e soprattutto per avere sfornato di tanto in tanto qualche giocatorino di serie A. Non si trattava esattamente della Juventus, ma per un ragazzino di campagna come David andare a giocare nel Victoria Ivest era a tutti gli effetti una grande conquista, roba da potersene vantare a scuola insomma. Chiesi a Giannelli il motivo della telefonata, deciso a questo punto a farmi dare tutte le risposte alle domande che ormai mi stavano affollando il cervello. Giannelli per parte sua fu prodigo di chiarimenti. Mentre Ornella si arrampicava sulla cornetta per riuscire a strappare pezzi della spiegazione, l’uomo raccontò, infatti, che David aveva passato il provino per la stagione e che se io fossi stato d’accordo l’Ivest sarebbe stata pronta ad acquistarlo dal Borgaro AC visto che a quanto pare il ragazzo era vincolato alla squadra di origine fino all’età di quindici anni. Disse che contavano di offrire all’altra società qualche centinaio di mila lire e che quella somma avrebbe dovuto mettere ogni cosa in ordine. Disse tutto così, tutto insieme, lasciandomi addosso una vertigine o la consapevolezza di aver perso il controllo sulla vita di mio figlio, una cosa prematura, mi sembrava, visto che lui aveva da poco compiuto i tredici anni. Azzardai allora un’ultima domanda Signor Giannelli con la voce malferma ma lei saprebbe dirmi quando è stato che David ha fatto il provino? Giannelli non capì, non poteva capire, non doveva capire. Un padre responsabile non dovrebbe fare una domanda del genere, un padre come si deve sa se suo figlio ha fatto o meno un provino al Victoria Ivest, e soprattutto sa quando lo ha fatto. Soprattutto se il padre responsabile vive in campagna e il campo del Victoria Ivest sta in città. Dissi a Giannelli che andava bene così, che gli avremmo fatto sapere presto cosa ne pensavamo del cambiamento. Mi feci dare un numero di telefono sul quale raggiungerlo e promisi che l’avrei chiamato il giorno dopo.
Ornella tornò ai calamari e io andai in bagno. Ci andai perché mentre salutavo il signor Giannelli la mia gola era stava invasa da un groppo enorme, un nodo che poteva scatenare reazioni sconvenienti. Davanti allo specchio feci una cosa cretina. Aprii in fretta il rubinetto dell’acqua per non farmi sentire e poi scoppiai a piangere e pensai che alla parola padre manca un pezzo, oppure che la parola padre non basta, che ce ne dovrebbero essere due di parole, una per ogni fase della vita di una padre, una per quanto un padre può effettivamente insegnare qualcosa a un figlio e una per quando questa cosa qui un padre non può più farla. Mentre piangevo, mi sembrava che quella adatta a me in quel momento fosse quella che viene dopo. Ma non piangevo per questo, no, il motivo era ben altro. Piangevo perché io l’avevo letto da qualche parte che nel passaggio tra la pubertà e l’adolescenza i ragazzi si trasformano e crescono in fretta e diventano grandi, ma su quel benedetto giornale non c’era scritto che sarebbe successo tutto nell’estate degli europei vinti dagli olandesi, non c’era scritta questa roba qui. Bevvi un po’ di acqua fresca per calmarmi e feci qualche respiro profondo, poi, recuperato un po’ di contegno, preparai un passo fermo e mi lanciai verso la cameretta dei ragazzi desideroso di recuperare almeno una piccola porzione di autorità.
Chiesi loro di interrompere la partita perché dovevo parlare di una cosa seria. Smisero all’istante e oggi mi viene il dubbio che David in realtà avesse già istruito a proposito il fratellino. Cominciai dal contrario, cominciai dalla parte sbagliata, ma proprio non ce la facevo a fare diversamente. Invece di stringere mio figlio, di abbracciarlo, di sollevarlo al cielo perché ce l’aveva fatta e ce l’aveva fatta senza l’aiuto di nessuno dissi ma tu a Torino ci sei andato da solo? David non si lasciò sorprendere. Rispose che ci era andato con il suo amico Massimo. E come lo sapeva Massimo come si arriva al campo dell’Ivest? Incalzai Ce l’ha spiegato suo fratello grande. E mi bastò quello per accettare finalmente la resa. Cosa dici del resto a un figlio di tredici anni che ti infila al fianco con una risposta sensata dopo l’altra? Provai allora a proteggermi con un rimprovero vago, ma fu un tentativo miserabile la prossima volta che vai a Torino da solo, non ti faccio uscire per un mese dissi, ma David non ebbe pietà Papà, fra due settimane comincio il liceo, il liceo è a Torino. Poi quel prodigio di mio figlio ebbe il coraggio di sollevarsi, venirmi vicino e chiedermi se mi ricordavo la storia del ginocchio, perché lui sì, lui se la ricordava bene. Poi mi sorrise gentile e disse a suo fratello che potevano ricominciare a giocare.