Buonasera e benvenuti a tutti voi.
Avevo cominciato a riflettere su ciò che avrei potuto dire aprendo l’incontro di questa sera molto prima dei fatti di Parigi. Ma nella notte di venerdì mi sono chiesto, con tormento, se il senso di queste poche parole dovesse cambiare in ragione di un assalto mortale portato al cuore dell’Europa. E tuttavia nonostante l’angoscia di queste ore ho deciso immediatamente che no, il senso di questo mio saluto non sarebbe mutato. E non perché io sia un cinico.
Come tutti voi, non ho dormito sonni sereni lo scorso fine settimana. Siamo tutti intimamente legati alla capitale francese. La ferita inferta a Parigi ci lascia una cicatrice profonda. Quanto meno uno squarcio profondo nelle nostre certezze. E trova scoperta la nostra parte più debole, vale a dire quella della nostra immatura identità europea.
Dunque, Parigi val bene una premessa. Sapendo che non si tratta di empatia a intermittenza né di commozione per prossimità. Soffrire per la carneficina del Bataclan, vuol dire avviare una riflessione sulle dimensioni della nostra cittadinanza, sul fascio di diritti che ne derivano e sulle frontiere civili del nostro impegno. 
Preoccupazione e urgenza non possono certo scandire la nostra agenda. Semmai, possono e devono guidarci verso un porto meno confuso. Abbiamo il dovere di contribuire a mantenere calma, lucidità di analisi e capacità di continuare a pensare lungo. I depistaggi come si vede in questi giorni non mancano, ma – anche in questo caso – dobbiamo saper fuggire dal contingente. La gara a chi ha partorito l’opinione più becera e meno raffinata sui fatti di cronaca, probabilmente avrebbe troppi vincitori. Un esercito di pensatori deboli in cui noi non ci arruoliamo.
E tuttavia, il disprezzo per il populista in servizio permanente effettivo non aggiunge stellette al nostro passaporto. Non fa di noi dei cittadini migliori. Al più, ci restituisce la nostra patente di “umani” che ci era stata sospesa per eccesso di indifferenza.
L’urgenza che ho sentito e che abbiamo condiviso con tutta la comunità di RENA in questi giorni è quella di contribuire a ricercare, pazientemente, una cura. Perché gli stati di emergenza passano in fretta, ma le ferite restano molto più a lungo. Abbiamo fatto una cosa banale e dispendiosa: ci siamo dotati di informazioni, rinunciando alla presunzione che i nostri pensieri fossero inediti. Abbiamo raccolto e fruito il meglio della riflessione che si è sviluppata su questi temi.
Cos’altro possiamo fare tutti? Possiamo lavorare incessantemente, ora più che mai, alla costruzione della nostra Europa, fatta di comunità inclusive e accoglienti, che facciano della partecipazione dei cittadini alla costruzione delle città e di rinnovati modelli di sviluppo il punto di forza delle politiche dei prossimi anni. E’ una strada certamente irta ma non velleitaria.
Metteremo molte delle nostre energie nella costruzione di una coscienza civica forte, che faccia uscire l’Europa – ossia tutti noi, la nostra anima e il nostro agire – da questo paradigma di residualità a cui sembriamo tendere. In cui, nella migliore delle ipotesi si discute di quote e controlli frontalieri. Per ciò che ci riguarda: più Europa non vuol dire questo. 
Probabilmente più Europa non vuol dire nemmeno o non solo “più integrazione, inclusione e accoglienza”. Se a questi concetti non si lega l’azione. Le ricette semplici non sempre sono quelle azzeccate. Abbiamo bisogno di una Europa nuova, che torni a essere avanguardia politica.
È su questo campo che si misurerà il valore e l’impatto della nostra mobilitazione. Moltiplicare democrazia, culture, apertura, dialogo, mobilità: è questo il destino che la nostra Unione deve costruirsi.
A che serve RENA, insomma? A facilitare un’attività delicata, tenace e possibile: catalizzare la reazione emotiva in una responsabilizzazione collettiva.
Che costruisca il campo di gioco di una cittadinanza europea spinta. Sottraendosi  con leggerezza a questo perpetuo clima di emergenza. Riconoscendo il significato profondo delle parole, riscoprendo il valore intimo di quelle abusate. Per dire dunque finalmente, ad esempio, che i processi migratori o la condizione delle periferie delle grandi metropoli europee non sono ondate o emergenze. Non sono cause, ma effetti.
Fenomeni strutturali, costanti, anche ben misurabili (e misurati) che ci accompagneranno per anni.
E che dobbiamo avere la forza e la lungimiranza di dare un ordine virtuoso alle nostre società. Resistendo agli opposti estremismi che seminano idiozia e angoscia.
Possiamo a ricominciare a guardarci negli occhi e recuperare empatia umana, come detto prima. Senza scivolare nelle reazioni emotive (come nel caso del bimbo siriano morto sulle rive turche a fine estate), ma distillando le nostre emozioni per metterle al servizio dell’intelligenza.
Si possono e si devono rimettere in ordine le idee, sfatando luoghi comuni, come quello relativo alla presunta invasione – ricordando ad esempio che nel 2014 gli arrivi in Italia sono stati 170mila (non170milioni) e di questi solo il 35% (meno di 60.000) ha fatto richiesta di asilo in Italia. Gli altri cercano asilo in Europa. A conferma che evidentemente la faccenda è di carattere quanto meno continentale – ma questo pare addirittura superfluo ricordarlo…
Oppure ricordando i dati unanimi pubblicati da Banca d’Italia, CNEL e Ministero del Lavoro in tre ricerche diverse secondo le quali non vi è alcuna correlazione tra l’aumento del numero degli stranieri in Italia e il tasso di disoccupazione dei residenti di cittadinanza italiana. Insomma, sappiamo tutti che spesso la realtà è meno triviale di chi la dipinge rozza e meno banale di chi la dipinge semplice.
Occorre guardarla in faccia, per davvero, senza minimizzare nulla, e senza neppure alimentare falsi miti.
Cominciando finalmente a pensare che da lì – dalla capacità di superare le nostre chiusure mentali – passa il futuro del mondo.
Esattamente un anno fa, a novembre 2014, abbiamo deciso che oggi, qui, a Napoli, ci saremmo riuniti per discutere di migrazioni e periferie.
Erano ancora lontani lo strazio di Parigi o le immagini della frontiere ungherese, ceca o macedone che abbiamo tutti osservato con il fiato sospeso tra la fine di agosto e l’inizio di settembre.
Eppure già allora era chiaro – a chi voleva vedere – che stava per esplodere definitivamente un fenomeno epocale che ci avrebbe finalmente messo tutti di fronte a una responsabilità storica.
Sapendo che nella scelta del binomio c’è una netta presa di posizione. Siamo noi stessi periferia e siamo noi stessi al centro di un flusso di migrazioni. Saremmo un moto per luogo, se fossimo un complemento.
Invece siamo un soggetto e possiamo decidere che verbo innescare. Possiamo per esempio stabilire di svecchiare le nostre ipocrisie,  senza vestirci di nuove.
La nostra angoscia di queste ore ha reso non più negabile una evidenza cristallina: tutto ciò che avviene nel mondo ci riguarda da vicino, riguarda le nostre esistenze e ha ricadute dirette e tangibili sulla nostra società, sulla nostra economia, sulle nostre vite. 
Certo è difficile. Certo non ci sono soluzioni un tanto al chilo precostituite. Certo siamo tutti chiamati a uno sforzo di fantasia e di rigore intellettuale.
Occorre mettere in campo coraggio e determinatezza. Immaginando strumenti nuovi di accoglienza e soprattutto di integrazione.
È un terreno di costruzione di avvenire che richiederà sforzi importanti. E che in un tutt’uno con i temi legati alle condizioni di vita delle persone nelle periferie rappresenterà probabilmente IL terreno su cui l’innovazione verrà sfidata a rendersi utile strumento di decrittazione e riscrittura della realtà. La prova del nove.
Senza esagerazioni, stiamo parlando del terreno di gioco politico dei prossimi decenni. È la geopolitica che si fa uomo. E che non ammette rinvii o indifferenze di sorta. La perduta serenità con cui passiamo un metal detector o la nostalgia con cui guardiamo a fette consistenti di terre del Mediterraneo che ci sono precluse sono solo un sintomo.
In questo sforzo non si potrà che adottare un approccio profondamente e strutturalmente collaborativo, che tenda a mettere insieme, a confrontarsi e a sperimentare.
Senz’altro, dovremo avere la forza e il coraggio di toglierci per un attimo dal centro della scena per mettere al centro due cose: le persone, le politiche. 
Le persone, per capirne e condividerne sogni, passioni e attitudini. Indipendentemente dai loro luoghi di nascita. Perché capendo potremo valorizzare i sogni e le passioni che verranno condivisi con i nostri figli sui banchi di scuola.
Le politiche, che correranno in soccorso dello smottamento culturale cui possiamo porre argine se nel costruirle saremo in grado di attingere al nostro armamentario valoriale.
Noi di RENA abbiamo cominciato a farlo. Provando a fare un salto di paradigma rispetto alle nostre attività passate. Lanciando una sfida anzitutto a noi stessi. 
Come molti di voi sapranno, da alcuni anni abbiamo preso a cercare e mettere insieme comunità del cambiamento attive nel nostro paese. Ossia organizzazioni che nel loro agire quotidiano, con approcci innovativi, stanno generando un impatto reale sulle attività di cui si occupano e sulle loro comunità di riferimento. Puntando al contempo, anche grazie a loro, alla costruzione di moltitudine connessa di cittadini attivi che, confrontandosi e scambiandosi pratiche, generano una crescente capacità di immaginare soluzioni innovative e tempestive alle sfide del nostro tempo, oltre che – conseguentemente – una qualificata domanda di buone politiche.
Al contempo, investendo convintamente e in misura crescente sulla formazione e sulle competenze del futuro. Per mettere insieme sperimentatori istituzionali, economici, sociali e culturali e dotarli degli strumenti necessari alle loro intuizioni.
Ora occorre alzare la voce e alzare il livello. Adesso ci siamo messi in testa di applicare questo stesso metodo a temi evidentemente più grandi di noi. Per capire se può funzionare e, se sì, come strutturare il cammino. Sappiamo di non essere soli, ma stasera lanciamo a tutti l’invito a darci una mano. Abbiamo già pubblicato, anche grazie al prezioso contributo di Ezio Manzini, una chiamata aperta e un piano di azione.
Vogliamo strutturare un approccio nuovo a questi temi, anche grazie al contributo che come sempre l’innovazione – non la mera tecnologia – può dare alle grandi questioni. Per generare dibattito, immaginare soluzioni e chiedere azioni.
Oggi cominciamo a raccontare storie, perché solo dal racconto e dalla condivisione di ciò che in silenzio sta già accadendo possiamo trovare l’ispirazione e la forza per individuare politiche coraggiose all’altezza della storia che vogliamo raccontare a quelli che verranno dopo di noi. All’altezza di ciò che abbiamo il compito di costruire.
Storie di migrazioni e di periferie che funzionano o che hanno bisogno di noi proprio perché falliscono. Perché le frontiere sono il luogo dove alcune dinamiche si rendono plasticamente più evidenti e dove si aggrega e si fa più esplicito il potenziale di cambiamento.
Come ha scritto Leogrande recentemente, La frontiera è un termometro del mondo. Un luogo immaginario eppure realissimo che separa il Nord dal Sud del Mondo. è su questo margine che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo. 
Oggi da Napoli, da sempre crocevia di culture, intreccio di sofferenze, e capitale di soluzioni innovative ai grandi problemi del mondo, lanciamo un appello a tutti perché il lavoro che ci attende è lungo e complicato. Ma proprio per questo affascinante e necessario come non mai.
Solo le comunità del cambiamento possono farsi carico di questo compito, della creazione di una coscienza civica collettiva e profondamente europea, che generi una domanda di cambiamento incessante e metta fiato sul collo sui decisori politici e sulle opinioni pubbliche più mosce o riluttanti. 
Che ricordi e rinvigorisca semplicemente il sogno concreto e assai attuale della nostra costituzione (sia quella italiana che quella europea, materiale) di una società inclusiva e competitiva, che fa delle intelligenze e delle sensibilità dei propri cittadini – di nascita o di adozione – la più straordinaria leva di cambiamento di cui si disponga.
Occorre coraggio. Occorre saper guardare oltre la punta dei nostri nasi. Nel 1951 uomini lungimiranti capirono che la pace e la prosperità dell’Europa passavano dal carbone e dall’acciaio e dalla loro condivisione franco-tedesca.
Oggi la pace e la prosperità passano da un popolo europeo che vive la vocazione di una cittadinanza nuova, che sa mettersi assieme per affrontare le grandi sfide di questo secolo e che nel farlo gioisce della nel rinunciare a pezzi della propria sovranità per costruire qualcosa di molto più importante. 
Benvenuti all’assemblea generale di RENA e buon lavoro a tutti.