Apertura del Festival delle Comunità del Cambiamento 2015, di Francesco Russo, Presidente di RENA.
 
Vorrei cominciare con un elogio dell’appartenenza.
Valore profondo. Impegnativo, controverso, che mette a dura prova talvolta.
Ma che è l’unico che riesce a spiegare perché un manipolo di persone – già impegnatissime dai loro lavori e dalle loro vite – si metta per mesi a lavorare fino a notte tarda e nelle pause caffè per organizzare un appuntamento come quello di oggi. Il senso di appartenenza a RENA è qualcosa di straordinario e prezioso, che fa realizzare imprese che talvolta sembrano impossibili.
Michele D’Alena, Roberta Franceschinelli, Francesca Mazzocchi, Cecilia Manzo, Guglielmo Apolloni, Valeria Adani, Fabrizia Calda, Gaelle Ridolfi, Laura Baiesi, Enrico Saltarelli, Letizia Piangerelli e Davide Agazzi, grazie. Con tutto me stesso.
Un ringraziamento non formale, ma davvero sentito, anche ai partner istituzionali (il Comune di Bologna, l’Ambasciata USA) e agli sponsor (Unipol, Fondazione Golinelli, Synergie, Gruppo Maccaferri, Legacoop e Confcooperative). Sostenere le attività di RENA necessita di una capacità di immaginazione non comune nel calcolo del ritorno dell’investimento… grazie anche a voi.
Oggi siamo qui per una ragione: perché percepiamo la grande potenzialità che c’è in questa sala e ciò che potrebbe rappresentare per il Paese e per le nostre comunità di riferimento. Ma al tempo stesso perché ci sfugge qualcosa. La tessera mancante del puzzle.
Perché non ci è ancora chiaro il come, prima ancora che il cosa. Il come ciò di cui da anni ciascuno di noi si occupa possa generare un impatto crescente, significativo e duraturo sul reale. Quello che molti di noi si chiedono arrivando al Festival è se ci sia un pezzo – o forse, meglio ancora, uno spazio – mancante, qualcosa che – nonostante l’energia, la passione e la dedizione profusi nello sviluppare metodi di lavoro e racconti innovativi – debba ancora essere immaginato.
L’anno scorso ci siamo ritrovati perché qualche tempo prima RENA si era messa a cercare i Pionieri, con uno sforzo entusiasmante che ci ha fatto scoprire comunità innovative che stanno cambiando coi fatti il modo di fare le cose, di lavorare, di incidere sulle comunità, di immaginare soluzioni, di concepire politiche e sviluppo. Siamo andati a caccia e siamo finiti in trappola, abbiamo commesso la classica sciocchezza da principianti. I Pionieri non ci bastavano. Ci hanno lasciato una sensazione di non sazietà, di capienza da colmare.
L’anno scorso dunque abbiamo definitivamente capito di non essere soli. E ci siamo dotati di un genoma identitario meglio definito – ricordate? Comunità e non individui, che generano impatto e non fanno mera testimonianza, che hanno un approccio risolutore e non burocratico alle cose.
Oggi siamo qui per continuare a ispirarci a vicenda, e a creare connessioni sempre più intense tra le comunità del cambiamento.
Ma siamo qui anche per provare a cercare quel dannato pezzo mancante. Per capire cosa possiamo fare di più, rispetto a quello che abbiamo detto e fatto fino ad ora. Assieme.
Si, perché almeno questo lo abbiamo capito. Che soltanto mettendo assieme un numero crescente di diversità, intuizioni e passioni si possono trovare soluzioni tanto inattese quanto necessarie per problemi di cui da troppo tempo si parla senza affrontarli realmente.
E che il nostro compito, quello che più o meno consapevolmente siamo andati assumendoci nel corso del tempo, il nostro mestiere se volete, è di far finalmente uscire il Paese dall’epoca in cui si cercavano soluzioni ideologicamente e formalmente blindate – la lunga epoca dello stallo permanente che abbiamo conosciuto, anzi per la verità subito – per proiettarlo in una stagione in cui lo slancio verso le soluzioni, verso il si può e si deve fare, verso il risanamento del gap di fiducia e di prospettiva con altre realtà europee costituisca il carburante non solo della nostra azione ma del Paese tutto.
E’ questa una delle eredità più interessanti della crisi. La fiducia intra-generazionale, tra coetanei diversi, anche diversissimi. Questa fiducia va coltivata, RENA la sta costruendo con forza – basta scorrere l’elenco dei nostri soci collettivi e dei partner dei nostri progetti –  perché è convinta che da lì passi una delle chiavi del cambiamento e che da lì si debba partire per un cambio di paradigma profondo rispetto alla fase precedente.
È questo il nostro mestiere: fare da connettori – rammendare quello che si scuce e costruire ponti tra mondi che si sono guardati per troppo tempo con ostilità o peggio con indifferenza. Ed è anche per questo che, forse, la disintermediazione oggi tanto di moda la capiamo, a patto che il concetto non giustifichi l’incapacità o addirittura la non volontà di ascolto rispetto alle tante constituency e opinioni pubbliche che provano ad emergere. E che spesso ci riescono.
La responsabilità di generare e aggregare la domanda di cambiamento ce la sentiamo addosso tutti i momenti. Questa è la nostra idea di cittadinanza. Perché come ci ha ribadito il recente referendum irlandese, se la politica smette di ascoltare le opinioni pubbliche e le vibrazioni che la attraversano, è compito di queste ultime alzare l’asticella e chiedere con forza cambiamento e innovazione. Sta tutti lì sta tutto nell’altezza del livello a cui decideremo di agire e operare. Sta tutto nella qualità del nostro impegno.
Assieme, dunque. Per fare cosa.
Noi di RENA arriviamo qui con un’idea precisa, che abbiamo maturato e sviluppato negli ultimi 3 anni – da Pionieri in avanti – e che vorremmo provare a condividere con voi. Conoscerci e riconoscerci. Scoprire che esistiamo e che non siamo soli. Certo. Ma non basta, non basta più.
E’ il tempo di fare sul serio.
E’ il tempo di lavorare assieme e di costruire una cornice di senso ampia, condivisa rispetto a quello che facciamo; che convinca chi è fuori da questa sala che non stiamo parlando di cosa cool o che – al più – incidono su pochi. Stiamo parlando del futuro di tutti, stiamo parlando dell’unica strada possibile verso l’ammodernamento e lo sviluppo dei prossimi 20 anni. Che serve a recuperare conoscenza, mestieri, territori, ricchezza e ambiente, per tutti e non per pochi.
Lo sappiamo che è così, ma tocca a noi dimostrarlo. Nessuno ci prenderà in parola senza questo sforzo.
Per farlo dobbiamo cominciare a dire che quando parliamo di imprese innovative non abbiamo in mente il mito di garagisti aspiranti multimilionari, ma un’epica della ricostruzione condivisa e partecipata delle comunità, dei mestieri e delle eccellenze di casa nostra.
Che quando parliamo di sharing economy, parliamo di un nuovo modo di consumare, senza mettere in discussione il consumo. Di costruire nuove relazioni. Di un fenomeno di cui non ci sfuggono – in nome di un fiacco ottimismo – le possibili ripercussioni sui diritti e sulle tutele che ne potrebbero derivare. E che su tutto questo occorre riflettere, senza tuttavia chiusure di principio anacronistiche e pigre.
Che quando pretendiamo trasparenza e lungimiranza nelle politiche pubbliche e nella pubblica amministrazione non lo facciamo solo perché il principio del controllo da parte delle opinioni pubbliche è fondante delle costituzioni materiali contemporanee, ma perché è ormai da tempo provato che una PA efficiente costituisce uno dei principali driver di sviluppo e di crescita di un Paese.
Che attorno all’idea di rivoluzione digitale dobbiamo costruire una consapevolezza collettiva e non di maniera sulla sua imprescindibilità, per valorizzare le eccellenze dei vecchi e meravigliosi mestieri italiani e per crearne nuovi non ancora conosciuti. Anche qui è tempo di assunzioni di responsabilità, altrimenti saremo credibili come un selfie venuto male.
Se vogliamo che le nostre passioni e intuizioni diventino agenda diffusa e condivisa del Paese, dobbiamo assumerci la responsabilità di costruire una riflessione comune convincente e coinvolgente, oserei dire quasi una cornice teorica per quello che facciamo.
Dobbiamo obbligare noi stessi a uscire da una logica residuale e rassicurante, per costringere politica e decisori, prima ad ascoltarci e poi a non poter non fare come noi avevamo proposto di fare. Lo sappiamo, non è una faccenda di nicchie, è un cambiamento d’epoca, che come ogni cambiamento d’epoca necessita di pensiero, azione e immaginazione.
Il metodo che questa sala genera deve essere innestato a dosi massicce. Come ogni antidoto che si rispetti. Per arrivare prima e arrivare meglio. Perché, così, ad esempio, se Garanzia Giovani non funziona non è un caso e se si fossero ascoltate le oltre 60 esperienze raccolte con il nostro Giovani United forse la misura si sarebbe disegnata meglio.
E partendo da lì, dal metodo, che dopo aver raccolto e contaminato esempi di innovazione e di eccellenze, da oggi cominciamo a lavorare per dimostrare che quelle esperienze e quel modo di fare le cose potrebbero essere alla base di politiche che generano bellezza, valore e visione.
Per fare questo – oltre alla tenacia e alla passione che certo non mancano – abbiamo innanzitutto bisogno di tanto studio e ricerca; perché prima di convincere bisogna capire, approfondire, distruggere e ricostruire per essere “robusti”, nel senso che gli economisti attribuiscono al termine. E abbiamo bisogno anche di alcuni strumenti comuni. A proposito, grazie ai 42 pensatori da 24 Università e centri di ricerca che hanno risposto alla nostra call. Non siamo un centro di ricerca o un ateneo stellato, eppure abbiamo attratto un manipolo di ricercatori, dottorandi, docenti al cui cospetto mi inchino.  A proposito di non sazietà, è delle vostre idee vogliamo nutrirci.
Ed è per questo che in questi due giorni e nei prossimi mesi faremo della formazione uno dei pilastri della nostra riflessione.
Ed è per la stessa ragione che condivideremo suggestioni e idee su alcuni strumenti che ci torneranno utili in futuro: come creare consenso nelle comunità, come rigenerare territori, come dettare l’agenda, quali sono le competenze necessarie per il futuro, come generare policy partecipate e condivise.
Studiare tanto, insomma. E dotarsi di alcune competenze necessarie. Questo è quello che vorremmo fare in questi due giorni. Perché la capacità di mobilitare, di trovarsi una platea su un blog o su un palco non basta. Rischia di essere un perfetto esempio di dissipazione.
Il prossimo passo, quando ci saremo trovati a nostro agio a lavorare assieme, sarà mettere quello che avremo imparato e fatto al servizio non solo di quello di cui già ci occupiamo, ma di cose più grandi di noi: di questioni tanto complesse che da anni nessuno ha veramente il coraggio di affrontare, come le periferie e le immigrazioni, i diritti e l’economia.
Portando le nostre aspirazioni sempre più in alto, ai confini del possibile, per spingerlo sempre un pezzetto più in là.

A Selma, 2 mesi fa, si è detto:
All of us need to recognize that change depends on our actions, our attitudes, the things we teach our children. And if we make such effort, no matter how hard it may seem, laws can be passed, and consciences can be stirred, and consensus can be built.

Questo è il prossimo passo del nostro viaggio. Un viaggio che RENA vorrebbe lungo, condiviso, profondo ed entusiasmante. Mettiamoci in moto, questo luogo per due giorni smette di essere un monumento e diventa un laboratorio, una scuola, una mensa.
Benvenuti al Festival delle Comunità del Cambiamento. Benvenuti a casa vostra. E buon lavoro a tutti noi.