Il progetto (in)formiamoci suona la carica con un paio di raccomandazioni. Che vi caldeggiamo a recepire, ma non necessariamente a seguire.

Ebbene, cominciamo col mettervi un po’ d’ansia: sì, è altamente probabile che la scelta che state per compiere condizionerà la vostra esistenza. Se non altro per una questione di forma mentis: per (almeno) cinque anni sarete “obbligati” a ragionare con un certo metodo, e generalmente questo approccio tenderà a rimanervi appiccicato addosso per sempre. Ma non prendete la questione troppo di petto: come in ogni cosa nella vita, non è mai troppo tardi per cambiare, ritornare sui propri passi, e tracciare percorsi nuovi e meravigliosi.
A 18 anni, di colpo, ci si trova sommersi da una serie di responsabilità: un mix di diritti e doveri che può dare dipendenza. O più semplicemente alla testa.
Il diritto al voto, la patente, l’esame di maturità – nomen omen -: spesso la scelta universitaria è l’ultima voce di questa lista, ma solo in ordine cronologico. Di certo è tra le più sofferte, sospesa com’è – e come dev’essere – tra vocazione e compromesso con la realtà. Chefare, dunque, se si è bravi in italiano ma portati anche per la matematica? O se proprio la fisica non va giù, ma ingegneria è un cavallo su cui puntare sicuri per trovare un lavoro in un’epoca in cui alcune lauree paiono essere condannate allo stagismo a vita?
La risposta è diversa per ognuno, ed in ogni caso non ne esisterà mai una giusta in senso assoluto. L’età post-adolescenziale è la più complicata, non solo da un punto di vista ormonale: spesso le certezze dei diciotto crollano alla barriera dei ventitré, e quello che sembra un assioma consolidato in terza liceo può subire smottamenti significativi a causa di un paio di esami (o di professori) sbagliati qualche anno dopo.
Il primo esercizio da fare, dunque, è non scegliere solo in base al piano di studi. Inutile fare 5 anni di esami interessanti, se poi il lavoro che si sarà chiamati a fare non è quello che si desidera. O viceversa, certamente: meglio un carpentiere altamente motivato di un ingegnere edile il cui sogno era fare lo skipper.
Scegliere, dunque, in prima istanza è un lavoro di immedesimazione: bisogna immaginarsi cosa vorrà dire fare un lavoro nel concreto, quali sforzi si sarà chiamati a profondere, a cosa si rinuncerà. Voglio dire: uno può anche essere amante di cagnolini e micetti, ma se si vuole fare i veterinari bisogna anche mettere in conto di dover curare il pitone di quell’omone coi tatuaggi, o di fare l’analisi delle feci della mucca malata di quell’eremita scorbutico. O, allo stesso modo, il ragazzino cresciuto a pane e computer, quando si troverà a fare analisi funzionali e programmare in Sql avrà ancora tutta la passione di quando giocava con gli amici a Grand Theft Auto?
Laddove non arriva l’immedesimazione, possono arrivare invece le domande. Chi ha cugini, fratelli, amici fidati più grandi può attingere direttamente da quelle fonti; per tutti gli altri, internet ed iniziative come (in)formiamoci sono qui per questo.
E se capire il lavoro che si andrà a fare imboccando una certa strada è il primo passo, il secondo è comprendere quali sono le probabilità di andarlo poi materialmente a fare, quel lavoro tanto agognato. Enti come il Miur (http://statistica.miur.it/ustat/Documenti/Pub2005/u04.pdf) rilasciano periodicamente i dati di occupazione a uno, due e cinque anni dall’ottenimento del titolo, per tipologia di laurea.
Il tutto, sempre tenendo a mente l’opzione zero: non scegliere. O meglio, buttarsi subito nel mondo del lavoro. Per alcuni diplomi meno orientati al collocamento immediato questa può sembrare una soluzione bizzarra, ma in alcuni settori, specie più informali (ad esempio l’informatica), le competenze acquisite sul campo valgono più di qualsiasi titolo accademico.
Ad ogni modo, se è saggio programmare e pianificare, lo è altrettanto non eccedere nell’esercizio. Perché alla fine è il Caso il grande motore delle cose che ci stanno intorno. E così, magari, mentre studiate filologia romanza per mantenervi agli studi metterete su con un paio di amici una start-up per organizzare corsi di Photoshop per anziani, o scoprirete tagliando i capelli a vostro fratello che alla fine ci sapete proprio fare, e che la cosa vi diverte pure. E se è vero che tanto più si è giovani più alta è la probabilità che la vita prenda pieghe imprevedibili, al giorno d’oggi le occasioni sono dietro l’angolo anche a 30, 40 e 60 anni. Basta solo non perdere mai la voglia di imparare, e predisporre l’animo a saper cogliere le sfide che il mondo, sempre più insistentemente, ci porrà.