Marco Bani – partecipante della Summer School – al rientro dalla sette giorni materana parla di Buon Governo e partecipazione nel suo blog. Riportiamo la sua testimonianza. 
gruppo-lavoroLa realizzazione di una piattaforma per il Buon Governo e la Cittadinanza responsabile. Questo era uno degli ambiziosi scopi della Summer School organizzata da RENA, Rete per l’Eccellenza Nazionale, associazione che vuole fare dell’Italia un paese a regola d’ARTE (azzeccato e auspicabile acronimo che sta per apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio). I membri dell’associazione si fanno chiamare “arenauti”, nome che ricorda il gruppo di eroi dalla fonetica straordinariamente simile, gli Argonauti, che diedero vita a una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia greca.
Ma a Rena non c’è un Giasone che si contraddistingue sugli altri, ma tanti giovani, indipendenti e plurali, che operano con merito nei diversi settori pubblici e privati, per creare una rete di indiscusse competenze, uniti insieme dalle passioni, dalle emozioni e dalla straordinaria consapevolezza che solo condividendo si può realizzare qualcosa di diverso. Con questo spirito hanno messo in piedi una Summer School su temi attualissimi come il Buon Governo e la Cittadinanza responsabile, con la convinzione che il miglioramento della qualità della democrazia e della pubblica amministrazione passi per forza dalle mani dei cittadini e dalla necessità di una ripresa delle idee e dei buoni progetti.
Un risveglio affidato a 31 studenti, dai profili diversi tra di loro, provenienti da tutta la nazione e scelti principalmente in base alle motivazioni che hanno scritto nel presentare la domanda. Un esperimento sociale svolto a Matera, città patrimonio dell’umanità, perla del nostro tanto bistrattato Sud, candidata a diventare la capitale della cultura europea nel 2019. Un esperimento che non si limitava alla lezione frontale, ma che promuoveva la discussione e la partecipazione. Un esperimento diverso, dove l’ingrediente principale non era la cattedra, relegata a arredamento marginale, senza nessuno dietro, ma un sapiente mix di studenti, arenauti e docenti esterni, tra i quali Antonello Caporale, Bill Emmott, Ernesto Belisario, Giuseppe Meli, Gregorio Arena, Massimo Cacciari e Matteo Ciastellardi.
Questa strana ma efficace combinazione non si è limitata a raccontare e spiegare idee e concetti che si disperdevano nell’aria, pronti a essere recepiti solo dalle orecchie prescelte che potevano assistere ai lavori della Summer School. Anche gli studenti, come Giasone e gli Argonauti dovevano cercare il loro Vello d’Oro, che avrebbe dato gloria e riconoscimento: concepire una piattaforma per il Buon Governo e la Cittadinanza Responsabile. Cosa significa? Proviamo a scomporre la frase.
Piattaforma: nome ricorrente durante la settimana. Un termine tecnico, informatico, oscuro ai non addetti e che può creare confusione. La piattaforma è semplicemente uno strumento, che ha l’ingrato scopo di mettere in pratica la teoria, di concretizzare le idee, di rendere reale l’astratto. Un mezzo che ci costringe a tenere ben saldi i piedi per terra. Per questo era la parola più temuta della settimana. Tante idee, tanti spunti, tante intuizioni che dovevano essere realizzate e non lasciate così, sprecate, come un vuoto esercizio di intelligenza e di acume.
Maledetta piattaforma, colpevole di aver soffocato fantasia, creatività e genio. Benedetta piattaforma, che ha dato concretezza a una settimana di riflessioni e discussioni, in un mondo dove tanti hanno la presunzione di dire di conoscere le soluzioni, ma alla fine sono pochissimi che le mettono in pratica. La “fantasia al potere”, mitico slogan del’68, non ha mai funzionato e ogni processo democratico e decisionale ha bisogno dei suoi strumenti per attuarli.
Inoltre la parola piattaforma, termine informatico, evoca il mondo digitale, per sottolineare l’inevitabile necessità dell’utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici a corredo di ogni disposizione. Ma la possiamo anche banalizzare paragonandola a una porta, un arco, un ingresso, dal quale bisogna passare per avere accesso a qualcosa di più grande; come transitare dalla porta della propria casa per andare in strada, nel quartiere, nella città. Passare da una sfera privata a quella pubblica, dove si apre un intero mondo di possibilità, di relazioni e di partecipazione.
Ma partecipare a cosa? Con Chi? Per cosa? Quando si parla di pubblico non possiamo evitare di parlare di chi ha il potere di ricordare il nostro passato, gestire il nostro presente e costruire il futuro. Ovvero di chi ci guida.
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di Marco Bani