change-simon-wordle-24Senza voler entrare nei giudizi di merito, è sotto gli occhi di tutti la difficoltà della politica italiana di rinnovarsi; Berlusconi si propose nel lontano 1994 come homo novus e finì con il circondarsi di ex socialisti ed ex democristiani, imparando rapidamente le strategie di palazzo. L’avventura di Veltroni a capo del PD durò pochi mesi e, nel presente, le speranze riposte in Beppe Grillo sembrano già scontrarsi con i suoi diktat e le prevedibili difficoltà dei suoi candidati nell’esprimere delle proposte di legge. Il timore che Matteo Renzi sia probabilmente solo il prossimo leader triturato dalla politica italiana è forte, considerando che il suo stesso partito gli sta già mettendo i bastoni tra le ruote.
È evidente che non si tratta di incapacità dei leader: Berlusconi ha vinto tre tornate elettorali, con enormi maggioranze, ma si è sempre scontrato con le difficoltà di governare. Ha trovato forme di resistenza provenienti da vari strati della popolazione: i sindacati, gli impiegati pubblici, i magistrati. Dove ha fallito? In tutti i paesi accade di scontrarsi con delle lobby, eppure si approvano riforme decisive per continuare a garantire diritti e competitività. In Germania, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, i governanti hanno potuto contare sulla fiducia dei propri cittadini. Basata sul carisma dei leader, certo, ma non solo. Nei paesi sopracitati c’è un generale rispetto dell’avversario, una visione più responsabile della cosa pubblica: le riforme si valutano una volta entrate a regime, in Italia non si riesce nemmeno a cominciare.
Come si potrebbe superare questa impasse? Convincendo il più alto numero di elettori e raggruppando intorno alle proprie riforme un vasto consenso popolare, in modo da controbilanciare il potere di veto di alcune lobby particolarmente forti.
Qui sta il limite: in Italia nessun partito sembra essere in grado di convincere gli avversari della bontà delle proprie idee: lo si vede dalla comunicazione politica, basata solo sui lanci di agenzia (e ora su Twitter, mezzo che mal si presta ad argomentare) o sugli scontri verbali nelle trasmissioni urlate. Si tratta solo di una risposta “immunitaria” al virus Silvio Berlusconi? Un irrigidimento dovuto all’impossibilità di andare a patti col nemico? Non credo.
Perché con Beppe Grillo sta accadendo la stessa cosa: può avere delle proposte valide ma non è in grado di condividerle con le altre forze parlamentari e di creare delle convergenze, finendo col vivere come sotto assedio. La mancanza di compromesso insito nei Cinque Stelle affonda in una cultura, quella italiana, in cui è assente la capacità argomentativa: si ragiona seguendo emozioni, pregiudizi, senso tattico (sostengo idee contrarie al mio avversario solo per guadagnare consenso).
La vera sfida non è allora trovare il prossimo leader, bensì insegnare agli italiani a ragionare. Solo così sarà possibile decidere insieme una strategia per la crescita economica, proponendo sacrifici e identificando le priorità su cui investire. Senza ragionamento ci rimane la confusione, una delle principali cause della crisi economica: incentivi dati a pioggia, dispersi in mille rivoli, politiche passive dell’occupazione (cassa integrazione straordinaria), disorganizzazione nei rapporti con l’estero, poco coordinamento tra imprese affini, assenza di politica industriale.
Il prezzo della confusione è davvero alto in economia: penso all’ignoranza di chi si indebita e compra derivati, penso alla disoccupazione provocata da scelte formative non commisurate alle richiesta occupazionale. La confusione comporta anche una giustizia civile lentissima, perché ostaggio di migliaia di avvocati azzeccagarbugli. Come si spiegano poi i santoni, i maghi, le leggende metropolitane, la sindrome Nimby, la sfiducia nelle istituzioni, i signoraggisti e i complottisti di varia natura? Non è casuale l’ignoranza scientifica degli italiani, che rende impossibile trattare temi come gli Ogm o l’energia nucleare, e che affonda negli evidenti limiti nella competenza matematica e nella comprensione della lingua, testimoniati dai risultati dei test PISA Ocse 2009, in cui il paese è decisamente sotto la media.
Avete provato a cercare articoli equilibrati sulla TAV o sugli F35? Difficile reperirne: purtroppo i media assecondano l’onda emotiva e non offrono dossier informati: non c’è mercato, pochissimi lettori hanno le capacità per comprenderne il valore. Vale più l’atteggiamento “compro il quotidiano che mi dice quello che già penso, e mi sento rinfrancato”.
Siamo di fronte a un problema serio e fondamentale: perché la confusione nuoce a chi invece ha le idee chiare, a chi cerca di proporre delle soluzioni effettive e non si limita a chiacchierare. Nella confusione è impossibile qualunque discorso meritocratico, perché non sono comprensibili, né discutibili, i criteri di valutazione. Inutile aggiungere che la trasparenza non è un valore laddove nessuno capisce i dati che vengono comunicati.
Nell’Italia di oggi domina un diffuso senso di sfiducia che polarizza lo scontro, allontana l’avversario e amplifica lo spazio del dubbio: non ci si fida più di nessuno, e il dubbio diventa lo strumento principe per difendere i propri interessi. Non è un caso che questa citazione provenga da un lobbista dell’industria del tabacco statunitense:
“Il nostro prodotto è il dubbio perché è lo strumento più efficace per competere con la montagna di dati contrari che esiste nella mente del pubblico. È anche lo strumento più efficace per comporre le controversie” (citato in Goldacre, La cattiva scienza, 2009).
Come si esce da questo incubo? Probabilmente, non ne usciremo nel breve termine.
In primis, perché ci scontriamo con l’effetto Dunning-Kruger (http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2013/04/17/la-dittatura-dellincompetenza/ ), la sopravvalutazione che l’ignorante fa delle proprie capacità: provate in una conversazione a dire “la tua obiezione non colpisce il bersaglio”, vi risponderanno che siete voi a non capire, perché “hanno ragione”, anche se per dimostrarlo fanno ricorso alla propria esperienza personale o alla reductio ad hitlerum http://it.wikipedia.org/wiki/Reductio_ad_Hitlerum .
Allora non bastano le iniziative on-line, per quanto avveniristiche ed efficaci in altri paesi, visto che su internet le persone si insultano anche più che dal vero, non essendoci contatto fisico. O, meglio, se si vogliono fare iniziative di partecipazione, è necessario strutturare il medium in modo da consentire un confronto puntuale, sulle tesi, sulle argomentazioni a loro sostegno e sulle obiezioni (possono essere utili esempi di questo tipo http://rationale.austhink.com/ ?).
Servirebbero forse persone formate alla mediazione, “arbitri”, e luoghi deputati al confronto, nuove agorà: palestre di democrazia. Sarebbe bello che a Matera uscissero idee in questo senso perché, onestamente, ne ho poche. E perché i valori fondanti di Rena (apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio) si possono realizzare compiutamente solo in un paese capace di confrontarsi al proprio interno.
L’unica traccia che mi viene da seguire è sul terreno della cultura e dell’educazione. La scuola dovrebbe insegnare le strategie di argomentazione razionale: logica di primo livello e teoria dell’argomentazione. Come si costruisce un discorso sensato, come si dimostrano le proprie tesi? Quali sono obiezioni valide e quali sono solo espedienti riconducibili alla legge di Truman “se non li puoi convincere, confondili”? Meglio passare anche un po’ di tempo a ripassare i fondamenti della conoscenza scientifica, anche nelle sue applicazioni (chi di voi conosce un test a doppio cieco?).
Imparare a esprimere in poche righe le proprie tesi sembra, infine, un compito arduo per la maggioranza dei miei compatrioti. La cultura anglosassone è in grado di semplificare, di andare al punto, di presentare le proprie idee in 30 secondi, quello che si chiama in gergo startupparo “elevator pitch”. Vista la logorrea dei politici di oggi, c’è molto lavoro da fare, e non è detto che gli italiani vogliano farlo: perché imparare ad argomentare quando posso urlare più forte?
Spetta ai “rivoluzionari” farsi carico di questa battaglia, senza aver troppi scrupoli a usare armi improprie come giochi, passatempi, infografiche, social networks e video virali su Youtube.