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Tipica domenica mattina a New York. Mi risveglio con un caffè, consultando i giornali italiani online. Un’amica mi segnala l’articolo di Salvatore Settis apparso sul Sole 24Ore del 21 ottobre scorso, e mi ritrovo di fronte all’ennesima immagine del “paese dei cervelli in fuga”. Un argomento alla moda che, da un certo punto di vista, segnala l’urgenza per i nostri amministratori di affrontarlo. D’altra parte, però, quello dei cervelli in fuga sta diventando un nuovo argomento di querelle tra differenti parti politiche; mentre alcuni lo ignorano sonoramente, altri ne rivendicano la guida sotto forma plateale e lamentosa. [//]

L’articolo di Settis parte da un breve excursus storico sulle relazioni tra regimi politici e capitale intellettuale, giustapponendo le migrazioni forzate sotto nazismo e fascimo e l’emigrazione intellettuale italiana degli ultimi anni. Dopo questo parallelo alquanto forte, forse un po’ azzardato, Settis analizza i risultati di due recenti bandi per assegni di ricerca ERC (Consiglio europeo delle ricerche), denotando la vasta presenza di vincitori italiani e la preoccupante tendenza di questi ultimi ad utilizzare tali fondi presso istituzioni estere. Da questa che l’autore porta come evidenza empirica, parte una condanna delle responsabilità politiche e un’analisi dei provvedimenti di cui si discute in questi giorni, in merito alla legge finanziaria e alla riforma di scuola ed università. Una maniera probabilmente sbagliata di introdurre e affrontare il problema, quella di dare una patinatura scientifica a un’analisi di dati che di scientifico ha davvero poco.

Senza entrare nel merito dei tagli alla ricerca, non mi trovo d’accordo con due chiavi di lettura dei dati riportati nell’articolo del Sole. Innanzitutto, se i ricercatori italiani hanno un buon numero di borse assegnate, dovremmo capire quante ne hanno i ricercatori degli altri Paesi. Capisco che si dica che siamo stati i primi per numero di domande, ma sarebbe utile avere le altre proporzioni e i valori assoluti per calcolare un tasso di riuscita. Inoltre, dovremmo sapere dove questi ricercatori di nazionalità italiana hanno studiato, se si siano formati in Italia o meno, per poter valutare il sistema universitario anche in termini di qualità della formazione.

In secondo luogo, «Dei 35 vincitori italiani, solo 23 resteranno in patria… » … se su 35 ricercatori 12 vogliono andare a usare la loro borsa all’estero, non è cosa drammatica. La maggior parte resta comunque in Italia e le borse di ricerca europee sono fatte anche per dare la possibilità di andare ad arricchire la propria esperienza all’estero. Il problema non è tanto che gli italiani vadano all’estero quanto la motivazione che li porta ad andare via e il fatto che gli stranieri non vengano in Italia per alimentare questa sorta di cross- fertilisation. Poche e notevoli eccezioni sono, forse, i Politecnici di Milano e Torino, il centro di fisica teorica di Trieste e uno scarso numero di altre università, episodi che comunque riguardano il momento della formazione ma non la ricerca “produttiva”.

Simile la lettura del dato sulla seconda tipologia di assegni «…dei 23 vincitori italiani, ben 6 portano il proprio grant in altri Paesi…», su 23 vincitori ben 6 se ne vanno all’estero . E’ una porzione ancora minore… Mi domando: come si fa a citarla come segno di catastrofe «Negli advanced grants, i risultati italiani sono ancor più preoccupanti…» ?
Fermo restando che l’Italia dovrebbe affrontare i problemi relativi agli scarsi investimenti pubblici e privati nella ricerca, e che i tagli nella finanziaria non siano la soluzione, si possono isolare altri due problemi sistemici da risolvere: il primo è relativo al tessuto economico italiano, il secondo alla capitalizzazione del talento. Nel primo caso, non possiamo non tener presente che un tessuto economico che si sostiene grazie alle piccole e medie imprese ha delle “inefficienze di scala” a investire nella ricerca e nello sviluppo che sono campi che richiedono un impegno finanziario spesso aldilà delle forze delle singole imprese.
Questa caratteristica va tenuta presente quando si confrontano dati sui fondi per la ricerca pubblici e privati investiti in Italia con quelli di altri Paesi.
Solo attraverso consorzi tra aziende di settore si potrebbe pensare di portare più privato nella ricerca. Resta inteso che, dal momento che questo principio collide con la basi della libera concorrenza, lo Stato dovrebbe portarsi garante di un sistema virtuoso e di tutela contro lo “spionaggio industriale”, magari pensando a un pro-rata dei benefici dei brevetti a seconda dell’investimento di attori privati in una ricerca congiunta. Il denaro pubblico diventerebbe, di conseguenza, una forma d’investimento catalizzatore, ciò che gli anglosassoni definirebbero seed money. Non sarebbe difficile vincolare la concessione di finanziamenti pubblici per la ricerca a consorzi pubblico-privati.
Per quanto riguarda la questione dei cosiddetti talenti, il problema non è che il 20, 30, o 40% degli assegnisti se ne va all’estero. Il problema è piuttosto che l’Italia non riesce a fare sistema sulla propria rete di cittadini all’estero. Molti – tra cui anche tanti membri di RENA – non sono all’estero solo o essenzialmente perché sono stati mandati in esilio. Semplicemente stanno perseguendo un diverso percorso di crescita personale e professionale. Con ciò non voglio sottovalutare i sacrifici di chi invece deve andare all’estero per avere un lavoro. Questi ultimi vanno però distinti da chi va all’estero per essere pagato meglio, poiché vivere all’estero non implica automaticamente guadagni in termini assoluti e di qualità di vita, visti gli extra costi associati all’essere lontani da casa. Bisogna fare attenzione a presentare tutti gli italiani che sono o che vanno all’estero come esiliati. C’è da rammaricarsi che i casi che sono interpellati in televisione o citati dai giornali siano per la maggior parte persone per cui essere all’estero è un sacrificio, o che si sentono comunque rifiutati dal proprio Paese.
E’ ben più problematico che per mettere a profitto le esperienze di giovani sparsi per il mondo si sia dovuta inventare, dall’esterno del “sistema Italia”, un’infrastruttura come RENA.  E che adesso si stia spingendo – sempre dall’esterno – per creare un metodo di lavoro che coinvolga anche il settore pubblico, invece del contrario, ossia un settore pubblico a caccia di “RENAs”. E si badi bene che ci sono tante altre realtà associative, con finalità diverse dalla RENA, che sarebbero ben contente di capitalizzare la propria rete di associati per fare massa critica a sostegno del sistema Italia.

Rispondendo all’articolo di Settis senza bisogno di sentirsi esiliati, non è difficile rendersi conto che le istituzioni italiane non solo non creano canali perché quello che viene fatto all’estero possa apportare un beneficio al sistema Italia, ma non sembrano neanche aver voglia di farlo in futuro. Alcune delle misure prese fino ad ora sono state solo aspirine per i casi più disperati, o paradossali: qualche assegno di ricerca in più, decisioni decentralizzate al livello degli atenei, leggi per il rientro dei cervelli…
Col militantismo che rivendica, con i piagnistei pubblici e la faziosità non si va da nessuna parte, se non in piazza, piazza che pur rappresentando il sacrosanto diritto di esprimere le proprie idee non sempre porta a dei risultati concreti immediati. Da lucano userei questa metafora: continuare con rivendicazionismo e piagnistei è come utilizzare l’acquedotto pugliese oggi, pieno di buchi… e poi avere i problemi della distribuzione dell’acqua.
C’è nessuno nella stanza dei bottoni che abbia voglia di creare un’infrastruttura “Italia nel mondo” non basata sui massimi sistemi ma su individui che lavorano?
*Le opinioni espresse in questo articolo sono riferibili solamente al suo autore a titolo personale e non impegnano in alcun modo la RENA e l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

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