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A partire dagli anni Novanta, con l’introduzione dei marchi di denominazione di origine e d’indicazione geografica, la Commissione Europea ha assunto un impegno ad accrescere, promuovere e tutelare la qualità degli alimenti e la specificità dei diversi territori dove vengono prodotti.
Un impegno proseguito con l’adozione  del Libro Verde sulla qualità dei prodotti agricoli e alimentari e con la recente “Comunicazione sulla politica di qualità” della Commissione al Parlamento Europeo.
“Qualità – come riportato nei documenti citati – vuol dire soddisfare le aspettative dei consumatori.  Riferite ai prodotti agricoli, le qualità sono le caratteristiche del prodotto, quali i metodi di produzione utilizzati o il luogo di produzione, che il produttore desidera far conoscere e che il consumatore vuole conoscere”.
L’Italia è il primo Paese in Europa come numero di prodotti DOP, a denominazione di origine protetta. Il marchio DOP viene associato a caratteristiche di qualità e tipicità territoriale e viene rilasciato direttamente dalla Commissione con specifico Regolamento. Si tratta di un riconoscimento che conferisce al prodotto un valore aggiunto, specialmente per quelle produzioni che mirano ad affermarsi sui mercati internazionali.
In totale oggi i prodotti europei DOP, IGP (indicazione geografica protetta) ed STG (specialità tradizionale garantita) sono 994, di cui 216 italiani così ripartiti: 134 DOP, 80 IGP e 2 STG (Rapporto Qualivita 2010).
Volendo analizzare la situazione italiana, piuttosto che fare la conta delle certificazioni ottenute dal ’96 ad oggi, sarebbe utile verificare quale sia la situazione commerciale delle principali produzioni tipiche ed in che termini la certificazione di origine contribuisca alla conquista di nuovi mercati nazionali ed esteri.
La certificazione di origine coinvolge l’intera filiera ed ha un duplice vantaggio:
– maggiore visibilità del prodotto che arriva sul mercato: tutela il consumatore, gli trasmette un messaggio di sicurezza alimentare ed alte caratteristiche organolettiche (ad esempio per vino ed olio, prima dell’ottenimento della certificazione dop è d’obbligo il superamento dell’esame del panel di assaggiatori professionisti);
– maggiore tutela del produttore, che si inserisce in un contesto di filiera controllata e protetta. Aderendo alle associazioni che gravitano attorno alla filiera certificata, infatti, il produttore viene seguito da tecnici specializzati il cui compito è quello di vigilare affinché la produzione risponda a determinati standard di ecosostenibilità ambientale e di salubrità del prodotto finito.
Le produzioni di nicchia che hanno ottenuto la certificazione di origine, spesso dopo il superamento di resistenze legislative basate su prerequisiti igienico-sanitari molto rigidi, sono tesori che vanno preservati e valorizzati come risorse di un territorio e della storia che lo ha caratterizzato. Purtroppo non sempre questo valore socio culturale si traduce in “risonanza” commerciale.
Allora parliamo di prodotti come il Parmigiano Reggiano o il Prosciutto di Parma: eccellenze universalmente conosciute e riconosciute che contribuiscono al mantenimento della “percezione” di qualità che si associa da sempre al made in Italy.
L’Italia vanta consorzi di tutela tra i più vasti e ben organizzati d’Europa, si pensi a quello del Grana Padano, che conta 194 produttori consorziati ed un numero ancora maggiore di confezionatori e stagionatori; con degli ispettori con qualifica di pubblica sicurezza che hanno l’incarico di garantire, insieme agli organi Ministeriali, che il prodotto risponda sempre alle caratteristiche qualitative standard e venga presentato nel migliore dei modi nei diversi punti vendita.
Affinchè lo standard qualitativo di una determinata produzione certificata venga rispettato in ogni fase della filiera, devono essere messi in atto gli accorgimenti tecnici e tecnologici contenuti nel suo specifico disciplinare produttivo.  Allo stesso modo dovrà essere rispettata la legislazione nazionale in materia (che per la maggior parte deriva direttamente da quella comunitaria) e gli eventuali disciplinari di certificazione volontaria a cui sempre più spesso le grosse aziende decidono di aderire. Questi ultimi, su base internazionale, garantiscono livelli di sicurezza igienico sanitaria (Iso 22000), o interessano le catene della grande distribuzione (BRC/IFS).
Armonizzando il sistema di controlli nazionali del Ministero della Salute e del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, e quello dei consorzi di tutela che si avvalgono dei propri ispettori, si garantisce un livello di sicurezza costante che, nella quotidianità, riguarda tutte le fasi della filiera produttiva ma che, troppo spesso, viene “pubblicizzata” soltanto se correlata ad attività straordinarie antifrode in determinati periodi dell’anno od in concomitanza con emergenze sanitarie. In realtà, il sistema agroalimentare italiano è garantito giorno per giorno da chi si occupa dei controlli. E le situazioni critiche correlate ad attività illecite di contraffazione rappresentano un’eccezione nel contesto del made in Italy certificato, non la regola.
Il comparto agroalimentare si tutela quindi se
– vengono tutelati i produttori, che dal campo trasformano la materia prima e sono spesso l’anello più debole della catena
– viene trasmessa al cittadino la percezione di garanzia di sicurezza e salubrità del prodotto (pubblicizzando l’attività svolta dagli organi ufficiali di controllo)
– vengono fatte rispettare tutte le norme (europee e nazionali) che lo regolamentano
– gli organismi certificatori invece di sovrapporre le loro competenze diventano strumenti per la semplificazione delle procedure e dei processi di produzione.
Quando tutte queste azioni verranno attuate sinergicamente e comunicate efficacemente, il cittadino (del mondo) che acquisterà un prodotto certificato, saprà di aver optato per un acquisto sostenibile nei confronti dell’ambiente, del produttore e della storia dei territori da cui quel prodotto proviene. Avrà, cioè, portato a casa un pezzo di eccellenza italiana.

*Regolamento 1107/96 e successivo Regolamento 510/2006

foto di AudreyH fonte Flickr licenza CC-by-nc-sa

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