Ringrazio anzitutto lo IULM per l’ospitalità che ci ha offerto oggi. Ringrazio i nostri ospiti Alessandra Galloni, Alessandro Profumo, Enrico Giovannini – e permettetemi un ringraziamento anche agli amici di Zero Buffer, che insieme allo IULM e alla redazione de La Stampa stanno consentendo lo streaming dell’evento.
Vista anche la sede in cui ci troviamo, vorrei partire facendovi qualche domanda. Lo sapete che l’85% dei neolaureati in Italia impiega in media 7 anni per trovare un lavoro stabile? Lo sapete che il 50% degli italiani all’estero guadagna il triplo dei loro ex compagni di università rimasti in Italia? Lo sapete che il 75% dei furti dentro le università sono commessi da studenti immigrati? E soprattutto, mentre vi dicevo questi dati, vi è venuto per un momento il dubbio che non fossero veri, che li stessi inventando sul momento?
Vi sarete detti: saranno veri? Saranno falsi? Il punto è proprio questo. Non vi ho dato una fonte, non vi ho detto come questi dati sono stati calcolati. Se me lo chiedeste, non sarei in grado di giustificarli. In effetti, non li ho presi da nessuna parte, sono inventati. Non so se esistano dati veri sui furti commessi nelle università, o su quanto guadagnano in media i nostri connazionali all’estero. Non so neppure se si potrebbero calcolare. Eppure, se non vi avessi detto niente, sareste stati tentati di fidarvi. Magari solo perché sto in cattedra e ho la cravatta.
L’incontro di oggi, nelle nostre intenzioni, deve servire a far passare un messaggio chiaro: numeri, dati, cifre e statistiche sono fondamentali per capire il mondo in cui viviamo e per compiere scelte strategiche e lungimiranti. Vanno rispettati.
Dobbiamo pretendere di più dalla stampa. Tutti, ma soprattutto le nuove generazioni di giornalisti, devono fare uno sforzo ulteriore per produrre informazione accurata. Perché una buona informazione è la base di una buona politica.
A forza di ripeterci che le opinioni contano, ci siamo infatti dimenticati che contano altrettanto gli argomenti usati per farle valere, e quindi i dati e i fatti che le sorreggono. Se continuiamo a usare i dati senza nessun controllo, o peggio ancora con dolo, non abbiamo nessuna speranza di migliorare la qualità della nostra democrazia.
Qualcuno potrebbe essere tentato di dire: “ma io come faccio da solo?”, “che cosa cambia alla fine, se anche cambia come mi comporto io?”. “Se anche provo a fare l’eccezione…”.
Cambia eccome. Perché in un paese come il nostro, ormai la “norma” rappresenta sempre meno un modello valido. Per tutti, e in particolare per le nuove generazioni. E proprio per questo dobbiamo puntare sulle eccezioni.
Conosciamo tutti l’espressione “l’eccezione che conferma la regola”. Bene, il lavoro che dobbiamo fare è moltiplicare il numero delle eccezioni in questa Italia che così com’è non sempre ci piace, per fare in modo che tutte queste eccezioni diventino insieme una nuova norma.
Non ci servono eccezioni che confermino le regole. Ci servono eccezioni che sconfessino le regole.
Quelle regole che permettono ad un politico di andare in TV e sparare dati come li sparavo prima io, senza essere chiamato a risponderne. Quelle regole che permettono ad un giornalista di prendere un’agenzia di stampa, copiarla, non controllare mai un dato, e contribuire a diffondere notizie inesatte, infondate, ancora una volta senza essere chiamato a risponderne.
Perché dobbiamo farlo? Perché dobbiamo ambire ad essere eccezioni e creare nuove regole?
Quest’anno festeggiamo i 150 anni dell’unità d’Italia e siamo alla vigilia di una data importante. Mi pare un’ottima occasione per fermarci e provare a capire cosa ci sta succedendo, come paese, come comunità.
I festeggiamenti serviranno per ricordarci da dove veniamo, per celebrare il passato. Ma vorrei davvero che non ci limitassimo a questo. Dobbiamo sfruttare questa ricorrenza importante per guardare al futuro. Per chiederci: che cosa vogliamo festeggiare tra cinquant’anni? Nel 2061, per i 200 anni dell’Unità d’Italia.
Quello che festeggeremo allora dobbiamo cominciare a costruirlo adesso.
Ciascuno di noi si è chiesto almeno una volta nella vita: “che cosa voglio fare io, da grande?”. Forse è arrivato il momento di chiederci “che cosa possiamo fare noi, insieme, da grandi?”. Che destino collettivo vogliamo darci? Che paese sogniamo?
Non possiamo più permetterci lo status quo, né di stare a guardare. Dobbiamo cominciare a fare le cose diversamente, e pretendere di cambiare le regole. Dobbiamo cominciare non ad essere eccezionali, ma ad essere eccezioni.
Non posso che augurarvi, oggi, di diventarlo anche voi.
Grazie.
 
*Saluto di Alessandro Fusacchia, presidente di RENA, all’incontro Dati, bugie, politiche, presso l’Università IULM, Milano – 16 marzo 2011 (.pdf scaricabile qui)