fbpx

La serata A-RENA del 2 marzo si è soffermata in particolar modo sul tema della conciliazione. Laddove è evidente che per le donne italiane le opportunità vengono a mancare principlamente per fattori esogneni e strutturali, si è cercato di dare innanzitutto un quadro del contesto europeo in cui il nostro Paese s’inserisce.
Con la presentazione della Professoressa Marcella Corsi dell’Università La Sapienza di Roma, si è parlato di segregazione occupazionale, servizi di assstenza e cura e lavoro non retribuito, impatto di una nascita sull’occupazione femminile, la disparità di salario tra uomini e donne, il livello d’istruzione ed accesso a servizi di formazione, “decision making” ovvero in quale perentuale le donne occupano posizioni di grande responsabilità.
Lo scenario uscito dalla presentazione di Marcella non stupisce: le donne italiane non si distribuiscono in modo uniforme nei settori di attività, nelle professioni e nei mestieri, ma si concentrano prevalentemente in poche occupazioni, spesso legate a stereotipi sociali e ricalcate sui ruoli tradizionali del lavoro domestico e di cura (insegnanti, segretarie, impiegate, parrucchiere, infermiere, commesse, assistenti sociali, cassiere, dietiste, ecc.). Questi lavori sono generalmente caratterizzati da retribuzioni poco elevate, bassa qualificazione e scarse prospettive di carriera, ma sono più compatibili di altri con la gestione delle responsabilità familiari (vicini al luogo di residenza, con orari flessibili, con incarichi di routine che non richiedono trasferimenti e così via.). Ciò relativamente alle donne che scelgono di lavorare. Il tasso d’impiego femminile si aggira infatti all’incirca a 65%, mentre per gli uomnini è circa dell’80%. Facciamo un paragone con un Paese scandinavo: in Danimarca l’occupazione maschile supera di pochi punti percentuali quella femminile. Entrambe si attestano vicino all’80%. Ciò in un modo del lavoro con regole molto diverse. Prendiamo la flessibilità. In Italia l’idea di opzioni lavorative diverse dalle canoniche 8 ore lavorative girnaliere sono quasi impensabili. Poco importa come vengono trascorse quelle 8 ore e se gli stessi risultati possono essere raggiunti in 4 ore oppure lavorando da casa. Non sono gli obiettivi che contano, ma la semplice presenza sul luogo del lavoro. Dalla presentazione di Marcella risulta che in Olanda più del 70% delle donne sceglie il part time; il Belgio, Germania ed Inghilterra la percentuale supera il 40%, in Italia raggiunge a malapena il 30%. Ciò lascia alle donne olandesi il tempo diprendersi cura della famiglia. Come fanno i Paesi nordici a promuovere l’eguaglianza di genere? Attraverso delle policies nazionali, ma anche e soprattutto attraverso diverse forme di supporto alla famiglia (congedi parentali e sistemi di day – care). E’ così che le donne scandinave riescono a conciliare lavoro e famiglia, mentre la donna italiana al secondo figlio si chiede seriamente se sia il caso di continuare a lavorare e se sì, a quale costo. Anche perchè le donne continuano ad ottenere remunerazioni più basse dei loro compagni, in media del 17,5%; tantopiù che l’Unione Europea ha istituito il First European Equal Pay day (5 marzo 2011: qualcuno ne ha sentito parlare?).
In questo scenario, esistono comunque realtà che cercano di offrire opportunità alle donne, quelle con maggiori difficoltà, quasi ai margini: Andrea Nardone ci ha illustrato le attività della Fondazione Risorsa Donna (www.fondazionerisorsadonna.it). La missione della Fondazione è offrire alle donne opportunità e strumenti per ottenere, nelle singole realtà in cui vivono, l’accesso al capitale, alle informazioni, alle tecnologie ed ai mercati. Lo strumento principale utilizzato a tal fine  il microcredito, inteso non solo come erogazione di prestiti per l’avvio di attività produttive ma anche come servizi per il business e formazione.

Skip to content