Messaggio di Francesco Luccisano, Presidente di RENA, ai partecipanti alla Summer School di Buongoverno e Cittadinanza Responsabile.
Il vero terrore è svegliarsi un mattino e scoprire che la tua classe del liceo sta mandando avanti il Paese.” Così scriveva Kurt Vonnegut, romanziere fantascientifico.
Vonnegut è americano. A noi spetta qualcosa in più: il vero terrore di un giovane cittadino italiano è, o dovrebbe essere, quello di scoprire che la sua classe del liceo lo sta mandando indietro, il Paese.
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Ebbene, non riesco a non pensare che sia proprio per sconfiggere questo terrore che ciascuno di noi sarà a Matera la prossima settimana, alla terza edizione della Summer School RENA di Buongoverno e Cittadinanza Responsabile.
Il fatto che buona parte del nostro Paese stia remando all’indietro non è, purtroppo, in discussione. L’Italia ha reagito al venire al pettine di nodi decennali con un atteggiamento che il più delle volte è stato di chiusura e attaccamento al passato, piuttosto che di rilancio e progettazione.
Lo ha fatto nella politica, che ha fallito quasi tutte le riforme necessarie per dare al Paese una governance al passo con il nuovo millennio che incalza. Che ha abdicato troppo spesso dal cercare un ruolo da protagonista nella costruzione del progetto europeo.
Ma lo ha fatto anche nella competizione economica – competizione sempre più aspra, ma nella quale l’Italia avrebbe più di un asso nella manica da giocare, anziché chiudersi in se stessa.
Lo ha fatto nella rappresentanza di categoria, con sindacati e associazioni imprenditoriali ancora ancorati a schemi novecenteschi, concentrati sui “no” anziché sui “per”.
E lo ha fatto anche nella società civile, dove le forze più nuove e più fresche non hanno ancora potuto prendere coscienza del loro ruolo trascinatore. Del loro poter essere avanguardia di un’Italia diversa.
Perché è successo tutto questo? Perché i costi del cambiamento continuano ad essere descritti e percepiti come più alti di quelli della conservazione. Perché anche nella crisi ci si illude che prima poi i tempi andati torneranno.
Ma questa è un’illusione, un’illusione che ci sta costando carissimo. Un’illusione che priverà i nostri figli di un futuro degno di questo nome, se quella dannata classe del liceo continuerà a mandare indietro il Paese.
Eppure.
Eppure una parte del Paese sta reagendo. È una parte numerosa ma sottorappresentata. Agguerrita ma dispersa. Sta dappertutto: nell’impresa, nella scuola, nella politica, nell’associazionismo.
Sono quelle comunità che hanno capito che il mondo è cambiato e non tornerà come prima. E che allora si sono rimboccate le maniche e hanno iniziato a cambiare, senza aspettare che il resto del Paese gli venga dietro.
Noi di RENA li chiamiamo Pionieri. E scommettiamo che in Italia ce ne siano tre milioni. Tre milioni di comunità del cambiamento, che se si unissero renderebbero il cambiamento la regola. Invertirebbero la rotta del paese, che a volte sembra irreversibile.
Attenzione, però, alle parole. Cambiamento non è la stessa cosa di ricambio. Il ricambio, perfino nella politica, sta in parte già avvenendo. Anche il Parlamento è pieno di facce nuove e di nuovi simboli. Ma il cambiamento non avviene cambiando le facce: il cambiamento richiede nuove visioni del presente e, soprattutto, competenze solide. Perché viviamo un’epoca complessa, e ci vuole competenza per governare la complessità con politiche nuove. Ci vuole competenza per dar vita a nuove forme di cittadinanza.
Qualcuno, nell’ardore del dibattito elettorale dello scorso inverno, ha affermato che sarebbe bastata “una brava madre di famiglia” per fare il ministro dell’economia: se sa arrivare a fine mese con tre figli, allora certamente saprà risanare i bilanci dello Stato. Rassicurante, in un certo senso. Ma falso. Colpevolmente falso.
Per fare il ministro dell’economia, per fare l’amministratore locale, per fare il cittadino attivo oggi non basta il buon senso. Non basta nemmeno il talento individuale. Ci vuole competenza. Anzi, ci vuole la capacità di creare competenza collettiva.
La democrazia sta mutando sotto i nostri occhi. Cambiano i bisogni dei cittadini, nascono nuovi diritti, si sviluppano forme nuove di partecipazione. E il cittadino, se lo vuole, può essere sempre più protagonista.
Noi ci crediamo, e vogliamo provare a farlo, senza accontentarci degli slogan facili sull’uso della rete e sulle magnifiche sorti dell’intelligenza collettiva. Ma, al contrario,  approfondendo i meccanismi di formazione delle policy pubbliche, comprendendo le relazioni tra politica e nuove tecnologie. Esplorando gli effetti del cambio di paradigma che stiamo attraversando sulle associazioni di categoria, sui partiti politici, sulla governance delle città, sui meccanismi che generano innovazione. Vogliamo farlo imparando da chi questo cambiamento ha contribuito a metterlo in moto, e lo sta già vivendo.
È tutto questo, e molto altro, che per il terzo anno consecutivo faremo insieme, la prossima settimana, a Matera. Non è facile, non è immediato. Ma è il minimo che possiamo fare se vogliamo essere noi la classe di liceo che prende in mano il Paese. E lo manda avanti, per davvero.
 
La foto è in creative commons