russo ag
Buongiorno a tutte e tutti,
questa assemblea arriva in un momento molto importante della vita associativa di RENA, dopo mesi di crescita veloce e di allargamento delle attività e delle occasioni di confronto con il Paese.
E’ per questo che ci sembra opportuno riflettere assieme sullo stato della nostra Associazione, per essere tutti pienamente consapevoli di quello che stiamo facendo, per darci la carica e rilanciare per i prossimi mesi.
Il titolo che darei a questa Assemblea Generale è “AG14, che cosa siamo diventati?”. Ci ho pensato tanto in questi giorni e credo che la risposta a questa domanda possa segue nelle righe a venire.
Siamo diventati quelli che cercano faticosamente di creare una nuova coscienza collettiva, pur sapendo che non è affatto facile.
Siamo diventati un luogo aperto e uno strumento di interpretazione e di gestione della complessità.
Infine, siamo diventati quelli che concettualizzano il fatto che non esistono soluzioni semplici, precostituite e ideologicamente blindate alle grandi questioni che il Paese si trova ad affrontare.
In questi anni abbiamo imparato molte cose. Prima tra tutte che è fondamentale mettere insieme un numero crescente di diversità per poter comprendere il reale e incidere sulle cose. Poi, che la politica, oggi più che mai, si fa principalmente attraverso le politiche, che a noi piacciono se fatte in un certo modo. Molte delle politiche che ci piacciono, oggi, in Italia, a livello sia locale sia nazionale, hanno dentro dei pezzi di RENA, più o meno direttamente.
Tra le cose che abbiamo imparato c’è poi che il concetto di cittadinanza,oggi, implica il preoccuparsi e l’occuparsi dei luoghi – fisici e del pensiero –  in cui agiamo e di quelli che ci stanno attorno. La nostra preoccupazione per le città, per le comunità e per quello che sta fuori da noi è un tratto distintivo del nostro stare assieme.
Infine, sappiamo che il cambiamento è molto veloce. E che, dunque, non è importante tanto imparare cose puntuali (o esclusivamente verticali), quanto piuttosto attrezzare noi stessi e gli altri a saper gestire, a saper capire, a intuire il cambiamento.
Tutto questo implica che RENA non è solo un’idea di metodo, RENA è ed ha un’idea di Paese.
Dovremmo sempre averlo ben chiaro in testa, quando ragioniamo della nostra Associazione e della nostra comunità. Perchè questa idea di Paese va coltivata. E per farlo ci stiamo dotando di alcuni strumenti molto importanti.
Il primo è la formazione. Il numero e la qualità delle scuole di RENA sta diventando uno degli elementi caratterizzanti della nostra azione; abbiamo l’ambizione di organizzare scuole su temi d’avanguardia che caratterizzano la fase in cui viviamo. Lo facciamo perchè siamo consapevoli che abbiamo da imparare innanzitutto la necessità di pensare a determinati temi, soprattutto quando su quei temi non si è ancora formato un pensiero consolidato; questo ci mette in una condizione permanente di apprendimento, prima di tutto per noi stessi e poi per coloro ai quali cui ci rivolgiamo.
Il secondo strumento: aggreghiamo e facilitiamo le comunità fuori da noi. RENA è divenuta un nucleo intorno al quale ruotano un numero crescente di storie che non sono esclusivamente made in RENA ma che con noi condividono valori, modalità di ingaggio, un pezzo di visione del Paese.
La capacità di aggregazione di comunità fuori da noi ci viene riconosciuta nel Paese. Chi vuole occuparsi di certi temi bussa alla porta di RENA pensando di poter trovare dentro l’Associazione qualcuno che sia pronto a ragionare assieme e a immaginare soluzioni possibili.
La terza cosa, che abbiamo iniziato a fare da qualche mese a questa parte, è esplorare grandi questioni che fino ad ora sono rimaste fuori da noi, che ci sono (ancora) sconosciute. Stiamo provando ad uscire dalla nostra area di sicurezza e controllo. Occupandoci e preoccupandoci di temi complicatissimi, come le migrazioni e l’Europa.
Tutto questo vuol dire prendersi cura.
Se dovessi definire adesso che cosa è RENA, direi che RENA è quella cosa che si prende cura. Del Paese, perchè si occupa delle politiche pubbliche, del buon governo, della qualità delle leggi. Dei luoghi, occupandosi delle fabbriche dismesse, delle periferie, delle città. Delle comunità in cui operiamo, perchè si occupa delle politiche urbane e delle comunità locali. Infine, o almeno prova a farlo, di chi è solo apparentemente fuori da noi: abbiamo cominciato a ragionare di migrazioni, di Europa. Di cose evidentemente più grandi di noi.
Come lo facciamo?
Lo facciamo senza cedere alle tentazioni del momento. Praticando i valori fondamentali della costanza e della perseveranza, perchè crediamo che quello che facciamo generi un impatto costante sull’esistente.
Sarà pure lento, ma è costante. “La durata è la forma delle cose”. E in ogni caso, come vedremo oggi, siamo qui proprio per accelerare il nostro impatto.
Di tutto questo dobbiamo essere pienamente consapevoli. Bisogna avere coscienza che le diversità interne alla nostra Associazione sono uno dei nostri più grandi valori e una delle risorse più portentose che abbiamo. Il fatto che dentro RENA ci siano sensibilità, provenienze, studi, percezioni delle cose diverse tra loro sono esattamente la cosa che ci consente di essere quello siamo.
Adesso che succede?
Dobbiamo fare un po’ di cose e oggi serve a capire cosa e come.
Come consolidarci, come fare in modo che questa RENA policentrica che stiamo costruendo, una RENA che opera in maniera diffusa, possa mantenere la sua unitarietà e rafforzarsi.
Capire come uscire dalle nostre comunità di riferimento. Come uscire dai cerchi che frequentiamo solitamente, in cui ci sentiamo a casa, apprezzati, voluti bene. Questo è un tema per me fondamentale. Se vogliamo aumentare l’impatto della nostra Associazione dobbiamo ragionare seriamente su come ingaggiare comunità con cui fino a ora non abbiamo interloquito.
Questo implica anche capire bene di cosa occuparci e di cosa no. Cosa essere e cosa no. Non possiamo fare tutto, non possiamo pensare di occuparci di qualunque cosa.
Questo richiede una idea di Associazione che sia chiara e comunicabile al Paese.
Bisogna avere bene in testa che cosa stiamo proponendo al Paese.
Essere pienamente consapevoli del nostro valore, di quello che siamo e che vogliamo essere, di quello che siamo già diventati per il Paese, e di quello che possiamo diventare se ci mettiamo un pezzetto di impegno in più.
Questo è l’esercizio che proviamo a fare anche attraverso “Renaissance”, di cui parleremo dopo, che è uno strumento che ci serve esattamente a questo.
Dobbiamo evitare il rischio di una meravigliosa e “very high techy” campana di vetro e uscire dai luoghi che ci fanno sentire tranquilli e rilassati.
Probabilmente, dobbiamo iniziare a occuparci di altri temi. Abbiamo cominciato con le migrazioni e con l’Europa, due questioni epocali.
Forse dovremmo occuparci anche di altri, me ne vengono in mente alcuni: lavoro, disuguaglianze, economia. Quello che RENA fa ha un impatto sulle disuguaglianze? Forse sì; forse dovremmo cominciare a esplicitare il perché c’è un collegamento tra quello che facciamo e alcune delle grandi questioni che attraversano il mondo. Perché se non lo facciamo, ci limitiamo nella nostra possibilità di impatto.
Come?
Qui vorrei essere molto chiaro. Dentro RENA dovremmo fare una serie di cose. Anzitutto dobbiamo rinnovare la membership. Dobbiamo trovare dei canali costanti di “reclutamento”, anche se è una parola che non mi piace, per essere più di quanto siamo riusciti a fare quel posto che attira sistematicamente le persone più brave d’Italia.
C’è un altro punto: dobbiamo recuperare fortemente l’impegno dei soci che da più tempo fanno parte dell’Associazione.
RENA non può essere quel luogo in cui ti formi, di cui ti prendi cura per due anni e a cui poi guardi da lontano con sguardo amorevole. Non può funzionare così.
Ricostruire gruppi dirigenti ogni volta totalmente rinnovati senza l’aiuto di chi ha più esperienza richiede un impegno e una fatica che l’Associazione non si può permettere. Non ce la facciamo: bisogna restare e agire con RENA.
Perchè quello che vediamo spesso è che si sta dentro RENA, si viene a prendere ossigeno ed a ricaricare le batterie agli eventi RENA, che sono sempre interessanti, formativi, illuminanti e visionari. Dopodichè, quell’idea di mondo, di società, di comunità, di impegno civico, di cittadinanza si va a praticare da un’altra parte.
Questa tendenza genera due effetti negativi: il primo è che disperdiamo le energie, se questi legami fossero più forti sarebbe tutto molto più di impatto; in secondo luogo, l’Associazione ne soffre.
Non si tratta di immaginare una modalità in cui tutto rimanga attività RENA, non è questo il punto. Ciò che dobbiamo fare è immaginare un modello per il quale tutto il mondo delle cose che vengono fatte ispirandosi ai valori, alle attività, al metodo, alle attività che facciamo dentro RENA rimangano assieme, con una riconsocibilità diretta. Perchè sono tantissime.
Questo è strettamente collegato al modello di sostenibilità, che Emilio Martinotti, il nostro Tesoriere, gestisce con grande cura. RENA adesso ha anche una sua struttura, dei sui costi fissi, un impegno costante mese per mese. Ed è un bene. Se vogliamo crescere, sogno che in RENA tra due anni abbiamo dieci soci lavoratori e non più due come adesso.
I soci anziani, tra cui mi metto io in prima linea, potrebbero fare di questo obiettivo minimo una delle loro preoccupazioni.
Anche sulla qualità dei progetti occorre qualche riflessione. Abbiamo visto che per esempio l’interlocuzione con le pubbliche amministrazioni non è sempre così come avremmo voluto, non sempre i piccoli progetti con le pubbliche amministrazioni ci mettono nelle condizioni di dare quel valore aggiunto che noi vorremmo dare.
Infine, dobbiamo allargare il novero dei nostri “renatori”, vale a dire le persone che vengono a parlare alle iniziative di RENA. Se noi ambiamo ad organizzare dieci scuole e non più cinque dobbiamo farlo.
Fuori da RENA dobbiamo fare alcune altre cose. Dobbiamo proporci al dibattito in un numero maggiore e disomogeneo di occasioni. Dobbiamo partecipare, dobbiamo avere arenauti che vengono coinvolti in progetti, in convegni, in luoghi del dibattito in maniera crescente.
Dobbiamo avere una proposta chiara per il Paese ed evitare RENA à la carte, cioè questa idea per cui ognuno descrive RENA un po’ come gli piace. Se chiedi a trenta arenauti, rischi di avere trenta risposte profondamente diverse tra loro.
È vero che lo storytelling non è tutto, ma un filo logico che colleghi tutto quello che facciamo è importante.
E infine essere molto consapevoli di quello che siamo e di quello che facciamo all’interno del Paese.
Su “Renaissance” dico due parole, ma ne parlenaranno più diffusamente Damien e Matteo che ringrazio per il lavoro che hanno fatto e per quello che faranno.
C’è bisogno di fare questo esercizio: aggiornare i valori di ARTE. Che cosa che vuol dire oggi essere un cittadino aperto, responsabile, trasparente ed equilibrato?
Dieci anni fa voleva dire una cosa, oggi inevitabilmente vorrà dire una cosa diversa perchè rispetto a dieci anni fa niente è uguale, tranne i nostri nomi e i nostri cognomi.
Bisogna mettere ordine in quello che stiamo facendo.
Mettere alcuni punti non fermi, evolutivi, su quello che siamo diventati e che vogliamo diventare, appropriarci fino in fondo della bellezza della nostra comunità, di quello che esprimiamo, di quello che siamo, di quello che facciamo e di quello che raccontiamo.
Questo si deve fare in maniera collettiva, perché noi siamo RENA e facciamo le cose in un certo modo.
Questo è l’obiettivo della giornata.
Grazie!