Ma quali caratteristiche dovrebbe avere una classe dirigente moderna? Daniele Mocchi dice che dovrebbe essere autorevole e capace di esercitare una leadership nuova, con un approccio più pragmatico verso le cose. qualità che richiedono caratteristiche molteplici che comprendono visione strategica, competenza, autonomia decisionale, abilità nel suscitare soluzioni condivise, credibilità internazionale, capacità di innovazione e creatività, senso di legalità e di moralità.

Le notizie di politica italiana di queste ultime settimane hanno risvegliato in me un certo senso di prurito, oltreché di impotenza, perché sono la testimonianza di un Paese che continua ad avvitarsi sempre più su se stesso,  su problematiche che poco interessano alla gente comune, al punto tale da non saper indicare una exit strategy in grado di rilanciare la speranza, la fiducia e i sogni dei nostri giovani.
Come sappiamo, molti dei nodi oggi irrisolti in Italia ruotano attorno alla questione della debolezza della nostra classe dirigente, e nello specifico di quella politica. Da una classe dirigente moderna ci si dovrebbe attendere una visione comune delle cose, una forte condivisione di obiettivi per il futuro, una capacità di assumersi il rischio del cambiamento, ovvero di avviare e governare i processi di modernizzazione, ormai da molto tempo (forse troppo!), attesi dalla società civile italiana.
Ciò che invece anche in questi giorni emerge in tutta la sua forza e chiarezza è una totale mancanza di una visione di lungo periodo, in luogo di una politica del “day-by-day” (o alla giornata) calibrata sulle polemiche fini a se stesse, su ciò che dicono i sondaggi e i casi giornalistici quotidiani. L’imperversare del “presentismo” nel dibattito pubblico fa sì che nelle decisioni politiche la logica del ritorno immediato prenda il sopravvento sulla volontà di costruire qualcosa per il futuro delle nostre generazioni.
Ma quali caratteristiche dovrebbe avere una classe dirigente moderna? Certamente dovrebbe essere autorevole e capace di esercitare una leadership nuova, con un approccio più pragmatico verso le cose. Qualità difficili da individuare nell’attuale panorama politico e sociale italiano; qualità che richiedono caratteristiche molteplici che comprendono visione strategica, competenza, autonomia decisionale, abilità nel suscitare soluzioni condivise, credibilità internazionale, capacità di innovazione e creatività, senso di legalità e di moralità.
Si sa che in Italia i processi di selezione della classe dirigente si sono pericolosamente inceppati dopo gli inizi degli anni novanta, quando l’avvento di Mani Pulite avviò un ricambio che, sebbene per certi aspetti risultò traumatico, consentì ad una nuova classe politica di raggiungere le stanze dei bottoni. Da quel momento in poi si è fermato tutto, con la conseguenza non solo di portare ad un ulteriore degrado la qualità della rappresentanza politica, dei quadri manageriali, del personale universitario e scientifico, ma di incentivare ancor più la “fuga dei cervelli” dal nostro Paese. Fenomeno quest’ultimo che sta rischiando di mettere in serio pericolo lo sviluppo di capitale umano e la capacità del Paese di generare e utilizzare ricerca, idee e conoscenza, e, conseguentemente, la sua abilità a produrre ancora dinamismo sociale ed economico.
Si sa altresì che la cultura italiana non è mai stata orientata, al pari di quella anglosassone, alla meritocrazia, alla valorizzazione del talento, alla competizione. Notoriamente la cultura cattolica tende ad enfatizzare maggiormente valori come il senso della comunità, la solidarietà, mentre quella protestante guarda con più attenzione all’individualità e al merito. Differenze, che in qualche modo, si sono riverberate sui nostri quotidiani comportamenti.
Sta di fatto che gli annosi mali italici, come il clientelismo, l’autoreferenzialità, la scarsa attenzione alla formazione, la disparità di genere, la mancanza di strutture adatte a formare competenze apicali, la gerontocrazia e il mancato ricambio generazionale, continuano ad imperversare senza soluzione di continuità.
Ecco perché strumenti come RENA diventano importanti, perché consentono di facilitare la  partecipazione di risorse ed individualità esterne ai partiti, aggiuntive ai circoli accademici, nonché di favorire la crescita e l’emergere di individualità e forze fresche, anche di sesso femminile, che risiedono negli ambiti dell’economia, della società, dell’informazione, della cultura e della accademia stessa, e che oggi trovano difficoltà a trovare dei meccanismi per veicolare le idee, proposte e competenze di cui sono portatori.
E’ importante quindi che la società attivi questi meccanismi, ma è altrettanto importante che i giovani siano consapevoli dei problemi che affliggono il nostro Paese, partecipino alla vita pubblica, insomma trovino loro stessi il coraggio di darsi da fare per cambiare gli equilibri esistenti, senza affidarsi all’illuminazione di pochi volenterosi.
Se RENA, nel suo piccolo, sta cercando di smuovere il Paese dall’immobilismo, a sua volta, il Paese per quanto tempo ancora sarà disposto a sopportare questo handicap?
Foto: eir@si