Grazie a tutti gli amici intervenuti fino ad ora. Grazie per un motivo fondamentale: per il racconto. Per la narrazione. Ci spendo un secondo su questo termine, perché mi pare utile.
Perché se è vero che il nostro Paese ha bisogno di cambiamento, io credo che la narrazione del cambiamento sarà essenziale per far sì che questo avvenga. Ed è un elemento che manca più di altri.
Non cambieremo se non sapremo raccontare con parole precise e impietose, come ha fatto Bill, quello che non funziona intorno a noi, e anche dentro di noi.
Si, dentro di noi: se il nostro è un paese per molti versi opaco, lento, irresponsabile, è anche per colpa nostra: i suoi cittadini. Siamo tutti azionisti di minoranza del declino del Paese. E se sapremo raccontarlo, con onestà intellettuale, sapremo anche riscattarlo questo debito.
Ma non cambieremo nemmeno se non saremo in grado di raccontare come si esce dal coma che ci ha descritto Bill. Se non sapremo narrare come fanno gli italiani a fare grande l’Italia, a traghettare giorno per giorno il Paese nel futuro.
E non cambieremo se non capiremo che questo racconto bisogna farlo nelle scuole, in tv, nei giornali, sui social media. Bisogna farlo a tavola durante la cena. Devono farlo i padri e le madri con i figli. Sempre di più, dovranno essere i figli a raccontare il nuovo Paese ai loro genitori, a convincerli che saranno loro – i figli – a ridare speranza a a tutti, a partire dalle generazioni più anziane. Devono convincerli che ciascuno di noi può  diventare protagonista di uno di questi racconti di cambiamento.
Perché c’è molto altro là fuori.
Ce lo ha detto l’Ambasciatore degli Stati Uniti Thorne, durante un workshop sul giornalismo indipendente: “c’è molto altro là fuori, it’s up to you”. Tocca a noi. Quell’immagine mi ha colpito. Stavamo parlando del rapporto degli italiani con la politica. A volte pensiamo che la politica dei partiti, delle polemiche e delle leggi elettorali sia tutto. Che l’intera sorte del nostro Paese, il suo passato, e il suo futuro, quello di buono che abbiamo e quello che ci manca, ma soprattutto quello che non funziona, dipenda dalla politica.
Beh ci sbagliamo. C’è molto altro, come dice l’Ambasciatore Thorne. Ci sono imprese e ci sono amministrazioni. Ci sono gruppi di cittadini attivi. Ci sono speranze e ci sono progetti. C’è la società. Che è il luogo dove scorre il sangue del paese, il centro delle sue vibrazioni, la sede della sua forza.
Eppure siamo arrivati a totalizzare il nostro sguardo sul presente con il parlamento o con i consigli comunali, con la politica dei voti, con le alleanze di partito, con il premietto.
È come un’eclissi di sole. Sapete come funzionano le eclissi di sole? Non è che il sole scompaia. Succede che la luna, un corpo microscopico rispetto al sole, si mette tra noi  e lui. E per un micidiale gioco di allineamenti lo copre. E si fa buio. In quel momento la luna che è piccola, nera, e opaca, ci sembra enorme e capace di oscurare tutto il resto. Ci sembra grande come il sole, quando non lo è.
È esattamente quello che fa il brutto della politica con la complessità e la ricchezza di un Paese di 60 milioni di cittadini, che stanno affrontando una crisi epocale, con difficoltà, certo. Ma soprattutto con dignità. Questa eclissi è un’illusione ottica. La terra, il sole e la stessa luna si spostano e la luce torna a splendere. E questo è il messaggio di oggi: basta spostarsi. Ed è quello che vogliamo invitare tutti a fare da oggi. Iniziare a spostare la visuale, che vuol dire riorientarsi, trovare un nuovo modo di muoversi, un nuovo modo di agire.
Rinnovare il metodo per fare le cose.
Come con un computer che ad un certo punto si inceppa: dobbiamo reinstallare il sistema operativo del paese.
Apertura responsabilità trasparenza equilibrio. Un paese che riuscisse a fare di questi quattro valori la bussola del proprio operato, del proprio riposizionamento, sarebbe certamente un paese in grado di tornare a vedere il sole oltre la luna.
Sì, dei valori. Che siano chiari, netti, assoluti, che ci aiutino a scegliere senza tradirsi, che ci sostengano in ogni decisione, che ci differenzino da chi preferisce lo sguardo stretto e il respiro corto.
Noi di RENA ci stiamo esercitando in questo, e lo facciamo da cinque anni. Abbiamo capito che la chiave stava nel metodo e che il metodo doveva fondarsi su una precisa scelta etica. E una volta capito questo, non ci siamo occupati soltanto di dire quello che vogliamo per il Paese. Abbiamo iniziato ad attuarlo.  Per provare a noi stessi e agli altri che questo metodo funziona.
Abbiamo preso piccoli pezzi di paese, e con metodi nuovi abbiamo provato a  portarvi il cambiamento. Ci abbiamo messo non un giorno, ma cinque anni. E dopo cinque anni ci siamo trovati in mano una cosa che in questo periodo va molto di moda: un manifesto. Oggi c’è il manifesto della generazione perduta, quello verso la terza repubblica. C’è il manifesto “fermiamo il declino”, e da poco ho scoperto che su facebook esiste anche il manifesto “acceleriamo il declino”. Ve lo consiglio.
Ne ho citati solo alcuni. Si tratta di esperimenti meritori, che hanno una caratteristica: dicono quello che vogliono per il Paese. Ricordate, la narrazione è importante. Noi pero’ crediamo di aver fatto un passo in più. Abbiamo costruito un manifesto, non lo abbiamo scritto. È per questo che ci abbiamo messo più tempo.
Perché il nostro è un manifesto di cose fatte. Una somma di piccole fette di paese, e ciascuna di queste piccole fette parla del paese intero, di come lo vogliamo per i nostri figli.
E dice così, questo manifesto di cose.
Dice che vogliamo un Paese guidato da una nuova classe di cittadini; che siano maturi, europei, competenti ed aperti, e dice che vogliamo che questi cittadini di classe diventino la classe dirigente. Beh, noi questo non lo diciamo e basta. Per fare si che questo diventi realtà, abbiamo costruito una scuola, a Matera, e da due anni offriamo gratuitamente ai migliori candidati una full immersion nel buon governo e nella cittadinanza responsabile: con corsi su come si forma una politica pubblica, con quali mezzi si coinvolgono i cittadini, su come si stimola il tessuto economico per far nascere nuove imprese. Per formarli, questi cittadini di classe.
Ma continuiamo col nostro manifesto. Dice che vogliamo un paese capace di attrarre nel più profondo dei suoi territori il meglio dell’innovazione che si muove in giro per il mondo. Vogliamo che i soldi per lo sviluppo locale vengano spesi al meglio, per progetti di qualità.
Ed ecco che abbiamo creato Co/auletta, un metodo innovativo che ha attratto in Irpinia alcuni tra i migliori progettisti ed urbanisti del mondo, e li ha fatti cooperare per offrire a un Comune di 300 abitanti distrutto dal terremoto 30 anni fa una chance per risorgere.
E ancora, terzo punto del manifesto. Vogliamo che le generazioni più giovani di noi possano immaginare con lucidità e speranza il loro futuro lavorativo. E che sappiano trasformare le loro aspirazioni in un disegno di vita che vada oltre la loro professione. Vogliamo che siano capaci di trasformare la precarietà e l’incertezza dei nostri giorni in opportunità. Ed ecco che abbiamo creato (in)formiamoci, un programma di mentoring, che ha portato RENA e i suoi compagni di viaggio in giro per le scuole superiori della Lombardia, del Lazio, del Piemonte. E domani andremo in  4 scuole di Firenze, grazie al contributo della Regione e di Giovanisi. Anzi siete invitati ad unirvi. Sono poche le cose che danno più speranza, in questi tempi bui, che parlare con i VERI giovani.
E ancora, questo è un capitolo in fase di definizione, crediamo che la politica funzioni meglio se si basa su dati certi e informazioni verificabili, che alla politica dobbiamo dare l’opportunità di essere vera. Che le politiche buone siano quelle misurabili in assoluta trasparenza dai cittadini. Crediamo che l’informazione abbia un ruolo enorme in tutto questo. Ed ecco che stiamo raccogliendo le energie per lanciare Verifatti. Un sito che durante la prossima campagna elettorale farà le pulci al modo in cui i candidati maneggeranno i dati. Faremo fact checking, senza guardare in faccia a nessuno, da cittadini.
E i capitoli scritti o in fase di redazione sono ancora tanti. Insomma, è un lavoraccio scrivere questo nostro manifesto. Ma sapete di cosa ci siamo accorti nel farlo? Che la prosa dei nostri paragrafi diventava più fluida quando altre associazioni, altri gruppi, altri cittadini ci davano una mano nella stesura.
Che più lo sforzo si faceva collettivo, e più le parole migliori trovano le loro sorelle, più le penne crescevano in numero più bella diventava la calligrafia. È così che abbiamo capito che la storia del nostro manifesto non poteva che essere una storia corale.
Lungo la strada, intorno a noi, hanno cominciato a comparire altre realtà che, ciascuna a modo suo, stavano reinstallando sistemi operativi nel paese.
Che faceva cose antiche con metodi differenti.
Associazioni di imprenditori che guardavano a se stesse non più come lobby, ma come intelligenze collettive. Giornali tradizionali che si reinventavano in rete. Spazi di lavoro che si aprivano alla condivisione e al co-working, per sostenere nuovi imprenditori a vocazione sociale; organizzazioni non governative che si prendevano cura del proprio paese tanto quanto dei bambini nei paesi in via di sviluppo a cui regalano un futuro. E tutti questi cittadini di classe sono diventati i nostri compagni di viaggio e ci hanno aiutato a scoprire che esiste un modo migliore per fare le cose: farle insieme.
Noi siamo convinti che di realtà come queste sia pieno il Paese, ma che queste realtà debbano emergere, e conoscersi, e riconoscersi. Uscire dall’anonimato e passare alla cronaca. E poi, ancora, saltare fuori dalla cronaca, e diventare un po’ la nostra epica quotidiana.
È per questo che li chiamiamo Pionieri. Perché siamo convinti che è da loro che il Paese rinascerà. Anzi, sta già rinascendo. E allora è il momento di chiamarli a raccolta questi Pionieri, sparsi nei quattro angoli del Paese, di radunarli e dire loro di unirsi in una grande unica carovana in grado una volta per tutte di lasciarsi alle spalle la polvere del passato.
Abbiamo un’idea di come possano essere fatti questi pionieri: sono imprese e associazioni. Sono movimenti, sono pubbliche amministrazioni. Sono giovani e innovativi. Sono aperti, responsabili, in grado di connettersi gli uni con gli altri. Sono concreti, ma anche visionari. Siamo sicuri che li riconosceremo.
Qui, da Firenze, vi chiediamo di spargere la voce, di aiutarci a scovarli, di dire loro di visitare il nostro sito e lasciare la propria storia di pionieri.
Gliela restituiremo più ricca, più densa, più bella. La faremo passare dalla cronaca all’epica. E la intrecceremo con le nostre, di storie.
E insieme faremo quello che ciascuno, da solo, non potrebbe fare: prenderci il paese sulle spalle e spostarlo un po’ più in là. Per farlo brillare, di nuovo, di più.
Grazie.
Francesco Luccisano
Presidente di RENA