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manifatture2013
Riportiamo di seguito l’intervento del Presidente di RENA Francesco Luccisano in occasione dell’evento “Manifatture – Il IV Festival dell’intelligenza collettiva” promosso da CNA Next e svolto a Firenze l’8 e 9 novembre.
RENA era partner dell’evento.
Grazie ad andrea e a tutta CNA . Ho sentito di volervi ringraziare in maniera extralarge quando, dopo tutte le discussioni della giornata di ieri, sono saliti sul palco i 4 artigiani che hanno raccontato la loro storia.
E li ho capito che gigantesco lavoro culturale e sociale ha fatto CNA, e quanto siate stati bravi a cogliere i segni della marea che cambiava.
A me, a noi di rena, sentire questo storie dà speranza. Ma attenzione io non sono un artigiano. Dentro RENA ci sono artigiani ma ci sono anche molti altri tipi di italiani. Le storie dei vostri artigiani mi danno speranza perché credo che da storie come queste, moltiplicate per un milione e messe a sistema, nasca quello che serve per cambiare il paese.
Vedete io ho una mezza teoria sul cambiamento dell’Italia.
Sono anni che sentiamo ripetere che l’Italia, per uscire dalla crisi civile, politica, economica e sociale in cui si trova, ha bisogno di cambiamenti radicali e non più rimandabili. L’elenco delle riforme da fare – nella politica, nell’impresa, nella cultura –  è già sul tavolo. E siamo tutti d’accordo!
Si potrebbe dire che l’OFFERTA di cambiamento – i contenuti, le idee, le soluzioni – siano già a disposizione.
Eppure il Paese non cambia. Perché? perché manca la DOMANDA di cambiamento, la DOMANDA di innovazione, la DOMANDA strutturata di buona politica.
Bisogna organizzare la domanda di cambiamento
In democrazia, perché avvengano grandi cambiamenti non è sufficiente che persone sensate mettano a punto soluzioni sensate. NoN bastano dieci Emma Bonino, anche se non sarebbe male averne. Per avvenire, il cambiamento ha bisogno di consenso. E il consenso deve essere alimentato da una gran numero di persone che ritengano il cambiamento un loro interesse. Va individuata, alimentata e fatta crescere una diffusa constituency del cambiamento, capace di praticare ed interpretare le discontinuità che richiede.
Ieri Bonino ha parlato dei costi sociali e politici di cambiare la PA. Ecco, creare domanda di cambiamento significa alterare la percezione dei costi. Far capire che cambiare costa meno che non farlo.
Ecco vedere voi, vedere i www workers, mi da speranza perché siete delle comunità del cambiamento che possono formare questa domanda. E comincio a capire che di queste comunità di cambiamento è piena l’Italia, anche se ancora non ce ne rendiamo conto.
 Non sono solo imprese, ma anche associazioni di rappresentanza – alcune non tutte – amministrazioni locali, gruppi di cittadini attivi come gli italiani di seconda generazione di cui parla saturnino, che hanno capito che il mondo non tornerà come prima. E allora senza chiedere il permesso a nessuno hanno iniziato a fare le cose diversamente.
Noi di rena queste comunità di cambiamento le chiamiamo pionieri. E abbiamo ragionevoli indizi che ce ne siano un sacco. Quali prove?
Esattamente un anno fa esattamente qui a Firenze, esattamente insieme a CNA lanciammo un progetto, Pionieri, per far emergere le comunità del cambiamento. Non sapevamo queste avere vero risposto. Siamo andati i giro per l’Italia, chiamando. In pochi mesi hanno risposto in 120. E da allora continuiamo a vederne.  E cominciamo a capire cosa hanno i comune, che siano imprese, associazioni, amministrazioni. Hanno 4 caratteristiche
1. Comunità, non singoli individui.
Questa è facile da spiegare qui tra voi, perché lo scontro tra titani tra Oliviero toscani da una parte e di benedetto e micelli dall’altra ha aiutato a chiarirci le idee.
Però riflettiamoci un attimo. Le parole che ho sentito di più in un meeting che resta pur sempre un meeting di imprenditori, non sono state marketing, cash flow,e neanche  burocrazia e contrattazione.
Sono state Contatto comunità  valori spirito. Parole quasi New age. Parole che cinque anni fa soltanto avrebbero fatto rabbrividire e gridare alla mancanza di concretezza.
E invece la crisi ci ha insegnato che sono le più concrete e solide di tutte. Quelle più vicine al concetto di manifattura.
Comunità non individui, dicevo. Soggetti collettivi che interpretano il cambiamento come una sfida etica ancorata a dei valori. Comunità aperte e collaborative, in grado di mettere in contatto mondi tra loro distanti.
Toscani descrive un mondo reale quando parla di individualisti. Reale dieci anni fa, non oggi. Gli individui sono perdenti nel XXI secolo. Questo significa anche rivedere il concetto di genio italiano. Il genio italiano da solo non vince contro, ad esempio, chi investe il 3,5 percento del PIL in ricerca e sviluppo (Corea). Non riesce a vincere nemmeno contro la burocrazia italiana. Figuriamoci.
2. Impatto, non testimonianza.
Le comunità che interpretano il cambiamento in questo scorcio di nuovo millennio prediligono mettere in campo soluzioni concrete ai problemi piuttosto che incazzarsi. Non ne hanno il tempo. Si attivano più che indignarsi. Per questo sono meno vistose. I giornali parlano più volentieri di Forconi, non di Makers. Dieci anni fa l’anti mafia si faceva con le fiaccolate. Oggi si fa mettendo in rete gli agriturismi che non pagano il pizzo.
3. Sperimentazione non dogma.
Le comunità del cambiamento di oggi non sono ideologiche, e forse anche per questo sono meno compatte tra loro. Preferiscono sperimentare in prima persona le soluzioni e i comportamenti che vorrebbero vedere applicate in tutto il Paese anziché costruire strutture teoriche e poi metterle in pratica. Lo vedo in rena. Siamo nati senza manifesto, e il nostro manifesto lo stiamo scrivendo attraverso i progetti che facciamo nelle scuole, nelle città, con i nostri partner. Questo significa che i pionieri sanno fallire. Che partono senza un business plan, e poi magari ritoccano lungo la strada, come diceva il cappellaio che ha parlato ieri. Questo porta all’ultima caratteristica.
4. Imprenditorialità, non istituzionalita.
Spesso le comunità del cambiamento assomigliano di più a startup che ai comitati. Hanno logiche più vicine a quelle dell’impresa e dell’innovazione che a quelle dell’associazionismo classico e dell’attivismo. Utilizzano strumenti, modalità e linguaggi nuovi e ibridi, conoscono il lato positivo del fallimento e sanno che il cambiamento passa anche per un modo nuovo di fare impresa. Che fare impresa è un gesto altamente politico. Perché significa creare un pezzo di mondo che non c’era e che funziona secondo i valori in cui credi. È un gesto di creazione che ci rende anche cittadini migliori.
Comunità impatto sperimentazione, imprenditorialità. Ecco, quando noi saremo in grado di raccontare una storia che uniscA tutte le realtà con queste caratteristiche, che mostri loro che sono l’anteprima del futuro del paese, quando sapremo dare loro rappresentazione e rappresentanza, quando avremo fatto questo allora avremo la domanda di cambiamento che serve per fare in modo che il paese cambi paradigma.
Ci vuole tanto tempo? Certamente. È per questo che conviene iniziare adesso. Il miglior momento per piantare un grande albero era dieci anni fa. Il secondo miglior momento è adesso.
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