La seconda giornata della Summer School apre con due domande: quale volto potrebbe avere la società che vorremmo? E che ruolo potrebbe avere il riconoscimento di diritti a quei soggetti che oggi sono esclusi o sottorappresentati nelle istituzioni, nell’immaginario e nella cultura dominante?

Per indagare questi temi RENA invita l’aula a considerare almeno due dimensioni: l’apertura al diverso e il binomio inscindibile – come affermava Pertini – rappresentato dalle libertà individuali e dalla giustizia sociale.

SOCIETÁ COSMOPOLITA E INCLUSIVA – Curatrici: Ana Victoria Arruabarrena, Giulia Paciello

Primo intervento: Simohamed Kaabour – Attivista Nuove Generazioni Italiane

Kaabour apre i lavori parlando del ruolo delle nuove generazioni nella definizione di un nuova via all’italianità. Arrivato in Italia dal Marocco quando aveva 9 anni, è cresciuto sentendosi marocchino in Italia, ma italiano quando tornava in Marocco. Ci racconta il percorso di autoconsapevolezza e di riscatto sociale che l’ha portato a diventare insegnante di liceo in Italia.

Ci chiede: cosa ci rende italiani? L’arte dell’improvvisazione, la cultura e la tradizione, il luogo di nascita, la storia e la narrativa comune, la lingua, il cibo…Tutte le risposte sono giuste: la cultura italiana non è un monolite, è fatta di diverse declinazioni e l’italianità si costruisce soprattutto attraverso l’esperienza. Si costruisce anche attraverso l’associazionismo – con realtà come Associazione Nuovi Profili e a CoNNGI (Coordinamento nazionale nuove generazioni italiani) – che rappresenta uno spazio di rivendicazione e di costruzione di una nuova idea di italianità.

Nella situazione che descrive Kaabour si trovano oltre 5 milioni di persone su 60,5 milioni di italiani, di cui 500 mila bambini e ragazzi nati in Italia e 900 mila minori senza cittadinanza: le nuove generazioni di italiani vivono in uno spazio di confine.

Il traguardo del percorso di crescita per queste nuove generazioni di italiani – figli di stranieri nati in Italia – è essere considerati cittadini di questo paese. È un percorso molto lungo ed accidentato: i tempi lunghi per l’ottenimento della cittadinanza spesso compromettono i progetti professionali di molti ragazzi stranieri nati in Italia.

La scuola resta il principale spazio di formazione culturale e di partecipazione alla vita sociale e civica di questo Paese. Tuttavia “la via italiana all’intercultura” proposta dal MIUR non è chiara,  lascia molto spazio alla discrezionalità e alla fine l’ostacolo principale resta sempre la conoscenza della lingua. Per questo alla scuola italiana serve prima di tutto un modello di integrazione che includa dare strumenti formativi ai docenti per la gestione di classi interculturali, un sistema di orientamento scolastico che metta al centro l’ambizione e la vocazione piuttosto che la lingua italiana e la creazione di spazi di coinvolgimento per le famiglie. L’obiettivo ultimo è accompagnare queste nuove generazioni nel riconoscimento dei loro diritti.

Secondo intervento: Francesca de Rosa – Ricercatrice all’Università Orientale di Napoli, Rete territoriale “Non una di meno”

De Rosa, attivista femminista, ha analizzato la questione femminile e si chiede come uscire dalle innumerevoli rappresentazioni limitanti del corpo delle donne, che hanno la pretesa di essere universaliste. Toni Morrison nel suo “Playing in the dark” scrive che occorre “inquinare le visioni e cercare insieme le parole per dirlo”. Oggi sono diventati di nuovo importanti il controllo delle immagini e delle rappresentazioni del soggetto donna, anche il linguaggio è uno spazio di lotta e l’immagine è mancante. Molto problematiche sono, ad esempio, le narrazioni dei media degli episodi di violenza sulle donne e sulle soggettività non normate. La notizia punta allo spettacolo, importante è la copertura mediatica incentrata sul tema della vittima, senza rispetto della donna.

Il vittimismo è una politica negativa, che danneggia le donne.

De Rosa ci ha invitati a riflettere sul tema del dolore, che deve uscire dalla dimensione morale ed essere politicizzato: se toccano una toccano tutte, le donne salvano le donne. Le donne devono sentirsi credute e condividere le proprie storie. Conquistare il diritto allo sguardo. Trovare delle modalità per comunicare insieme, accanto, riconoscere i corpi invisibili.

Dalla contaminazione dei diversi femminismi può nascere una nuova visione più ampia: antisessista, antirazzista, antifascista. La nuova forma di lotta, lo sciopero globale femminista dell’8 marzo, ha ribadito che sui corpi delle donne decidono le donne. La partecipazione massiccia di donne di ogni età, a Verona, con la rete “Non una di meno” in occasione del Family Day, dimostra che la nuova conflittualità femminista oggi è forte e in crescita.

Inquinare le visioni significa finalmente non parlare al posto dell’altra, non parlare sull’altra, ma lasciare uscire discorsi scomodi e rimanere accanto. Se il cambiamento può esserci, deve partire dal riconoscimento dei corpi invisibili, quei corpi considerati inferiori, marginali, diversi che sfuggono all’eteronormatività. Quei corpi che, mentre qualcuno prova a costruire per loro un decreto sicurezza bis o una legge sul decoro, hanno già cominciato a dare vita a solide alleanze.  Proprio qui in casa nostra.  De Rosa ha concluso con un sorriso: “Noi che non eravamo previste”.

Terzo intervento: Aurelio Mancuso – Presidente Equality

Equality è un associazione non profit che si occupa di disuguaglianze, Mancuso si è concentrato sul cambiamento che deriva direttamente dal riconoscimento delle proprie identità per metterle in relazione con altre identità. Siamo noi portatori e portatrici di cambiamento o navighiamo anche noi nel mare magnum conformista? Come possiamo identificarci in qualità di soggetti di cambiamento? Abbiamo bisogno di dubbi e non temere il conflitto, che va assunto e trasformato da negativo a positivo.

Oggi è diventato centrale il processo che ci porta a riconoscere le nostre identità. Le identità non sono elementi fissi, ma sono sempre e comunque da riconoscere: rispetto al nostro essere, siamo differenti, ma siamo uguali rispetto alla legge ed ai diritti.

Secondo il Trattato di Lisbona del 2009 le aree della discriminazione da tener presente nella lotta per riconoscere le nostre identità sono sei: l’età, il genere, l’orientamento sessuale, l’origine etnica, la religione o credenza, la disabilità. Una lotta in atto, se si pensa che solo da pochi decenni sono stati riconosciuti a livello legislativo diritti basilari per la parità dei generi.

La parità sostanziale si avrà solo con il pieno riconoscimento delle differenze. La rappresentanza e la relazione delle identità diverse sono questioni non ancora risolte: serve un pensiero eterosessista. Non dobbiamo ritenere che la nostra identità, fatta delle nostre specificità, debba rimanere muta di fronte agli altri. Occorre costruire “piattaforme orizzontali”, creare alleanze, reti trasversali, per allearsi e confrontarsi con le istituzioni.

Non bisogna parlare di “società civile”, ma piuttosto di società complessa e multipla in cui emergono caratteri ed elementi di civiltà. Secondo Mancuso la chiave per il cambiamento e per operare la rivoluzione dei prossimi anni è l’autenticità. Il personale è ancora una volta politico,  abbiamo urgenza di autentica umanità: “Metti in gioco te stesso, coerentemente rispetto a come ti senti e sei in un certo momento”.

In apertura del pomeriggio, Linda Di Pietro di RENA nel presentare Tina Takemoto, ha ringraziato l’Ambasciata Statunitense per il sostegno dimostrato in questi anni, e sottolineato come RENA favorisca “il riscoprire una vocazione ed esplorarla con un nuovo punto di vista”.

Quarto intervento: Tina Takemoto – Dean Humanities and Science Division, California College of Arts 

Takemoto ci ha parlato di cambiamento attraverso le implicazioni, anche le più estreme, dell’inclusività. “Come sarebbe una nuova istituzione dal punto di vista degli studi queer?” Partendo dalla sua esperienza di docente in un’università americana di stampo cattolico, ha tracciato un racconto appassionato sul percorso di riconoscimento della comunità LGBTQI nel mondo universitario.

La strategia si sviluppa su tre fronti: il corso accademico, l’istituzione e la comunità.

Takemoto ha scelto di tenere due corsi opzionali, perché ritiene fondamentale che gli studenti frequentanti abbiamo un reale interesse per le materie trattate.

Con gli studenti ha adottato un preciso codice di comportamento che prevede prima di tutto  il rispetto del pronome personale con il quale uno studente o studentessa decide di autodefinirsi e l’incoraggiamento a sentirsi liberi di condividere e raccontare la propria esperienza, senza  la pretesa di rappresentare l’intera categoria di persone con medesimo orientamento sessuale.

In linea con la sua formazione da storica dell’arte, Takemoto ha efficacemente analizzato con noi alcune celebri opere di Caravaggio in chiave LGBTQI, per dimostrare come l’identità personale di chi guarda possa cambiare completamente la decodifica dei dipinti.

Non limitandosi al mondo accademico, ci ha fatto riflettere su come le istituzioni, dovrebbero diventare più inclusive, istituendo spazi adeguati, come toilette non differenziate uomo-donna e dormitori gender-inclusive. La sfida è di scardinare le barriere amministrative per le persone queer e trans: “per gli eterosessuali non cambia nulla se dovessero usare una toilette unica, oppure definire una persona con un pronome personale invece che un altro, invece per una persona queer o trans questo rappresenta un cambiamento importante, che può migliorare notevolmente la qualità di vita”.

CULTURA E TERRITORI Curatrice e curatori – Paola Brizi, Claudia Zampella, Andrea Minetto, Linda Di Pietro, Augusta Giovannoli, Francesca De Finis, Leonardo Zaccone, Carmela Rinaldi, Giulia Paciello, Luca Cantelli

Quinto intervento: Enzo Maria Le Fevre – Fondazione Adriano Olivetti

Dopo molti anni all’estero, Le Fevre è tornato in Italia per ricoprire il ruolo di più giovane consigliere della Fondazione Adriano Olivetti. L’obiettivo, che condivide con RENA è “l’arte di rendere questo paese a regola d’arte, attraverso la cura, l’equilibrio e la trasparenza”. Le Fevre ci ha parlato dell’impatto che il cambiamento ha sul territorio, anche attraverso le Lezioni Olivettiane, che rappresentano una formazione sulla riattivazione del territorio e delle lezioni di comunità. Partendo dalla domanda quasi filosofica “Può l’industria darsi dei fini più grandi?”, ci ha descritto la filosofia di Adriano Olivetti che vede l’industria come parte di una comunità e coglie l’urgenza di riappropriarsi del territorio nel quale si trova la fabbrica. Una fabbrica muta, che da produttrice di beni deve diventare “produttrice di bene”. La lezione che la Fondazione tramanda è semplice: “se vogliamo governare dobbiamo conoscere e calarci sempre nel territorio, dobbiamo impegnarci in un più vasto fronte morale e materiale; sperimentando con le più diverse idee e metodi per raggiungere un obiettivo utopico e comune”.

Sesto intervento: Niccolò Bonazzon Marketing Manager di Terraforma Festival

Il termine festival è in verità riduttivo, perché Terraforma è un’esperienza che fonde musica, rigenerazione di uno spazio e sostenibilità ambientale. Bonazzon ci ha descritto l’approccio innovativo che dal 2014 caratterizza Terraforma e l’effetto che ha avuto in termini di cambiamento del territorio in cui opera. Per quanto riguarda il programma musicale del festival, la scelta degli organizzatori è di proporre artisti poco noti, proprio perché obiettivo di Terraforma è di attrarre gli spettatori, per metà stranieri, attraverso la scoperta di artisti inediti, che vengono ospitati nello spazio rigenerato di villa Arconati a Bollate in provincia di Milano – un tempo “villa di delizie”, il cui parco è stato ripristinato grazie al festival. Ulteriore caratteristica di Terraforma è l’attenzione per l’impatto ambientale dell’evento: il palco è costruito unicamente con materiali riciclati, vi è una particolare gestione dello smaltimento dei rifiuti, le strutture vengono alimentate tramite fonti di energia alternative e nel 2019 il festival è stato totalmente plastic free.

Settimo intervento: Leonardo Delogu –  Ricercatore su movimento e paesaggio, Corale

Il terremoto che ha colpito il centro Italia nel 2016 ha portato inevitabilmente un cambiamento per le persone e i territori colpiti. L’esperienza di Corale inizia quindi dopo il terremoto, con un vero e proprio tentativo di hackeraggio delle istituzioni per poter ottenere le risorse per sviluppare un progetto artistico all’interno delle zone colpite. Delogu ci ha spiegato come, attraverso Corale si volesse “cercare di dirsi francamente in che tempo stiamo vivendo”, e come l’azione artistica sia entrata in contatto con l’esperienza drammatica del terremoto, come possibilità per spiegare e rappresentare cosa significa abitare questo tempo.

Delogu si interroga sul senso della presenza di un lavoro artistico in un territorio dove le persone sono preoccupate perché rimaste senza casa: “creare relazioni forti e parentele è uno degli antidoti alla disgregazione sociale che stiamo vivendo oggi”. Proprio il lavoro artistico, in questo caso sotto forma di teatro, attraverso la sua forza rituale, può veicolare questo messaggio anche nelle situazioni più critiche: per dirla con Maria Lai: “l’arte ha la possibilità di fare miracoli”.

Ottavo intervento: Rita Elvira Adamo – Co-founder de La Rivoluzione delle Seppie

Anche la Rivoluzione delle Seppie nasce su un territorio piccolo, Belmonte Calabro, con l’obiettivo di sperimentare una nuova pedagogia per tutti i campi creativi e promuovere confronti e incroci tra la comunità locale, i migranti e gli artisti. Il fine ultimo è quello di promuovere la Calabria, partendo da territori sospesi come quello di Belmonte, perché rappresentano un terreno fertile e attraente per iniziative creative e sociali. Attraverso questa esperienza Adamo vuole abitare e far vivere Belmonte, occupando gli spazi di aggregazione e trasformandoli in un cantiere creativo dove si trovano a lavorare insieme gli abitanti locali, i migranti e gli artisti.

Workshop serale: in collaborazione con Fondazione Matera-Basilicata  2019
(si ringraziano Emmanuele Curti e  Francesco Caldarola)

In serata abbiamo cercato di capire cosa significa cambiare il territorio attraverso la nostra esperienza diretta di Matera e del suo cambiamento negli anni. Prima di tutto effettuando una passeggiata “peripatetica”, il cui obiettivo è stato “leggere” la città attraverso dei filtri di osservazione – aggettivi evocativi che rappresentano varie polarità: uguaglianza/diversità, tradizione/innovazione, locale/globale, individualismo/comunità, disagio/eccellenza.

Arrivati a Casa Padula, ospiti di Fondazione Matera 2019, abbiamo ascoltato alcuni project leaders che hanno lavorato e stanno lavorando al cambiamento della città. Attraverso le loro esperienze si è creata una riflessione su come portare cambiamento e mettere i semi di trasformazione di un territorio. Abbiamo ascoltato le esperienze di Open Design School grazie a Rita Orlando, che attraverso l’autocostruzione ha permesso di creare le strutture necessarie per gli eventi di Matera 2019; Vania Cauzilo di Silence City ha lavorato ad un’opera lirica scritta a partire dalla narrazione di due generazioni di Materani, i bambini e gli anziani; Rosanna Caffarelli di M.E.M.O.R.Y. Museo Euro Mediterraneo dell’Oggetto Rifiutato ha descritto il progetto che crea un museo tattile ed interattivo di oggetti rifiutati/scarti di lavorazione rappresentativi di cinque territori lucani e cinque città portuali del Mediterraneo; Luca Iacovone di Silent Academy ha raccontato come i migranti sono diventati portatori di saperi e capacità, per esempio stilisti che hanno organizzato una vera e propria sfilata di moda, in cui un gruppo di ragazze migranti ha sfilato per le vie di Matera con vesti ricavate dalle coperte di salvataggio, trasformando un simbolo di rinascita in una sorta di abito regale; Liviano Mariella di Gardentropia ha raccontato del progetto di co-progettazione attraverso la cittadinanza attiva di beni comuni urbani e la trasformazione di spazi verdi sottoutilizzati.

 

Questo articolo è un lavoro di intelligenza collettiva di: Francesca De Finnis, Silvana Taglianini, Giulia Naldi, Ana Victoria Arruabarrena, Giuseppe Ciarliero