Conclusione di Alessandro Fusacchia, presidente di RENA, al dibattito Avanti i prossimi, Museo Maxxi, Roma, 11.11.11
Mi sono segnato alcune parole che ho sentito nel corso del dibattito. Messe una di fianco all’altra raccontano bene l’umore di questo pomeriggio.
Ne menziono qualcuna: “progetto bandiera”, “status quo”, “testardaggine del mulo”, “Paese seduto”, “teletrasporto”, “lavoro”, “divertitevi”, “rete”, “rete unificata”. Una la aggiungo io: “puntualità”.
Siamo in perfetto orario rispetto alla nostra tabella di marcia, e anche questo mi pare un piccolo segnale di come le cose si possano fare diversamente. Di questo, e di tutto il lavoro straordinario fatto per organizzare la giornata di oggi, voglio ringraziare Francesco Russo, e attraverso lui tutti gli arenauti romani che si sono spesi per questa assemblea.
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Sono giorni che me lo chiedo, cercando di darmi una risposta.
Come ci siamo ridotti? Come abbiamo fatto ad arrivare al punto in cui ci troviamo oggi?
Ma che Paese stiamo diventando?
Se siamo finiti così, ho il sospetto che non sia colpa di una sola persona, e neppure di una sola casta.
Forse c’è qualcosa che non funziona nel nostro modo di pensare. Nel nostro modo di comportarci.
Abbiamo sviluppato abitudini sbagliate: ci siamo assuefatti all’idea che mettersi un po’ fuori dalla legge, che farsi raccomandare – un po’, non troppo – che evadere un po’, che fare un po’ le cose in nero, che chiudere un po’ un occhio, che inquinare un po’, non sono certo cose che vanno bene, ma pure che non sono nulla di così grave. Perché tanto, in fin dei conti, c’è sempre qualcuno che viola la legge più di noi, qualcuno che è raccomandato più di noi, che in nero ci fa tutto, che inquina il doppio.
Abbiamo utilizzato le debolezze degli altri per giustificare le nostre. E se siamo quindi finiti così non è perché qualcuno non è stato responsabile, ma perché tutti noi siamo stati un po’ irresponsabili.
Per troppi anni ci siamo lasciati contagiare da tutto quello che stava accadendo. E siamo arrivati qui, ridotti così.
Da oggi, però, dobbiamo tutti invertire la rotta.
Dobbiamo smettere di assorbire la sfiducia collettiva che si respira in questo Paese da anni, smettere di usarla per giustificare gli atteggiamenti che abbiamo avuto contro la comunità.
Per fare invece l’operazione opposta. Cercare nel più profondo di noi una nuova fiducia, e riversarla qui fuori, nel Paese, a vantaggio della comunità.
Che cosa vuol dire questo concretamente?
Che dobbiamo rimetterci tutti in discussione. Accettando di cedere, ciascuno di noi, il proprio piccolo privilegio. Chiaramente questo discorso non riguarda tutti, e c’è chi non ha più nulla da cedere. Ma molti di noi hanno maturato nel corso del tempo qualcosa che abbiamo preso a chiamare “diritto”, quando invece avremmo dovuto chiamarla “rendita”.
Vedete, in questi giorni sento parlare in continuazione di credibilità internazionale dell’Italia.
Abbiamo un problema più grande, però: la credibilità interna.
Prima ancora dei mercati e degli investitori esteri, questo Paese ha smesso di essere credibile agli occhi dei suoi stessi cittadini.
Ma allora – mi chiedo – come possiamo pensare di tornare ad essere credibili all’estero, se non siamo credibili neppure tra di noi?
Come pensiamo di fare le riforme, di chiedere sacrifici, se non capiamo che dobbiamo ricostruire un capitale di fiducia collettiva?
Badate, non ho usato la parola “capitale” a caso.
Sono assolutamente convinto che ci sia una sola banca, oggi, in grado di salvare l’Italia.
La banca più importante di tutte. La banca della fiducia.
Sapete come funziona una banca della fiducia?
Semplice: con un’unica linea di credito. Ogni italiano deposita la sua quota di fiducia, che va a costituire il capitale dell banca.
In questo modo capite che chi chiede fiducia, chi sta prendendo in prestito, lo sta facendo a partire da quell’unica linea di credito, da quella fiducia che tutti abbiamo accettatto di mettere insieme.
E allora, siamo disposti a cedere oggi il nostro piccolo privilegio per ricapitalizzare questa banca?
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Caro Presidente Napolitano,
in queste ore tutto il Paese è nelle sue mani.
Io non so se stia decidendo di affidare l’incarico a qualcuno, o se andremo presto ad elezioni. Ma una cosa gliela debbo chiedere comunque: faccia in modo che il prossimo primo ministro, che il prossimo governo, sia sì credibile a livello internazionale, ma ancora di più che sia credibile all’interno; e che lo sia soprattutto nei confronti di coloro la cui fiducia è stata più tradita nel corso degli ultimi anni.
Ci serve un governo capace di parlare ai ventenni.
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Caro prossimo Presidente del Consiglio,
dica chiaramente che la prima e più importante emergenza nazionale è la condizione dei giovani.
Non mantenga lo status quo. Lavori per creare l’Italia delle opportunità.
Dieci anni fa pensavo che la cosa più importante per un giovane fosse avere successo. In senso nobile, intendo. Fare le scelte giuste, “azzeccarci”, vedere riconosciuti i propri sforzi, vedere premiati i propri risultati.
Poi, con gli anni, ho imparato che c’è una cosa ancora più importante che avere successo, ed è poter sbagliare: avere la possibilità di confrontarsi con se stessi, con le proprie debolezze.
Sbagliare anche strada, perfino sbattere la testa. Ma avere la possibilità, facendo così, di capire cosa è davvero importante per sé.
Quando andiamo a parlare nelle scuole – come faremo domattina a Rieti, Viterbo, Latina, Frosinone e Roma – quello che diciamo ai ragazzi di oggi è che tra seguire una strada che permetterà di sistemarsi alla meglio subito, e seguire la strada di ciò che li appassiona, che li fa sentire vivi,  non devono avere nessun tipo di esitazione. Perché oggi nessuna strada è sicura, nessuna strada può promettere più niente, e devono quindi seguire le passioni.
Ma senza opportunità, come fanno questi ragazzi a capire quali sono le loro passioni? Che cosa è importante per loro. Che cosa diventa, nella realtà concreta, quell’idea romantica che hanno in testa. Cosa sanno e cosa non sanno fare.
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Chiaramente, per costruire quest’Italia delle opportunità, chi ha responsabilità nelle istituzioni dovrà creare nuove regole del gioco.
Ma vorrei che fosse chiaro che anche noi trentenni faremo la nostra parte.
Perché vogliamo dare concretezza a quel patto tra due giovani generazioni di cui parliamo spesso.
Perché sappiamo cosa vuol dire avere un’opportunità, e soprattutto cosa voglia dire non averla.
Lo sappiamo perché è qualcosa che abbiamo vissuto sulla nostra pelle nel corso degli ultimi quindici anni. Quindici anni in cui ci siamo ritrovati a fare i conti – giorno dopo giorno – da una parte con un mondo sempre più veloce, e dall’altra con un’Italia sempre più ferma.
Come la faremo, la nostra parte?
Cercando di lavorare con quelli più giovani di noi. Provando a raccontare loro quello che è capitato a noi.
In questi quindici anni abbiamo capito che quando oggi vinci barando, in realtà stai perdendo qualcosa di piu importante. Stai perdendo la possibilità di vincere non barando domani. Perché diventi vulnerabile, ricattabile, debole. Comprometti il tuo futuro, prima ancora che quello di qualcun altro.
Abbiamo capito che la fiducia non si chiede, ma si dà.
Abbiamo capito che dovevamo puntare tutto sulla nostra formazione, intesa come capacità di trasformarci in delle spugne, che assorbono e rilasciano.
Abbiamo imparare a programmare, ma soprattutto a cogliere ciò che non avevamo programmato.
Abbiamo dovuto imparare che si può vivere “senza”. Senza la sicurezza di un lavoro. Di un percorso di carriera lineare. Senza la possibilità di comprare una casa, di sapere dove saremo tra un anno.
In molti casi abbiamo dovuto cambiare – in altri ridimensionare – le nostre aspettative. Abbiamo dovuto inventarci. Diventare, in qualche modo, imprenditori di noi stessi.
Vi dico una cosa che ho capito io durante il mio Erasmus in Francia, alla fine del ’99. Ero su un treno tra Parigi e Bordeaux. Qualche giorno prima avevo scritto una lettera – una lettera, non una mail; una lettera vera e propria, una cosa un po’ novecentesca – al mio relatore di tesi, in cui gli confidavo la fatica, lo scoramento, le difficoltà che stavo avendo con la ricerca. E mi ero portato in treno la lettera che il mio relatore mi aveva mandato in risposta – anche lui una lettera, non una mail; sempre una cosa novecentesca.
Nella lettera mi incoraggiava, dicendo che nella vita serve passione, entusiasmo, buona volontà. E poi usava questa parola che non avevo mai sentito prima, che solo in apparenza stonava. Una parola che fino a quel giorno avevo sempre associato ai metalli, mai alle persone. Una parola che mi porto dietro da allora: “durezza”. Nella vita serve durezza, ecco quello che mi scrisse; ecco quello che ho imparato io.
Oggi, noi trentenni, non possiamo in alcun modo dire di “essere arrivati”. Perché in questo mondo nuovo non si arriva mai. Ma possiamo dire di aver imparato a camminare leggeri, a camminare con le nostre gambe, a camminare “senza”. Per una volta, senza paura.
E in questo modo, alla fine, abbiamo imparato che nella vita non conta costruirsi un Curriculum. Conta costruirsi una storia. Una storia qualsiasi, ma una storia unica. Quella storia personale inserita in una storia collettiva più grande di ciascuno di noi, e di cui un giorno potremo raccontare con orgoglio di aver fatto parte.
Voglio dire a coloro che hanno vent’anni oggi: investite i prossimi dieci anni a capire come volete spendere davvero la vostra vita. Non a capire che cosa potete avere. Ma a capire chi volete essere.
Abbiate fretta di partire, ma non abbiate fretta di arrivare.
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Tutto questo, noi trentenni, abbiamo dovuto impararlo da soli.
E non vogliamo che sia di nuovo così.
Per questo stiamo facendo la nostra parte. Per questo abbiamo organizzato a Matera a fine agosto una Summer School sul buon governo e la cittadinanza responsabile. Per questo siamo qui al Maxxi, stasera. Per questo domattina andremo nelle scuole del Lazio.
Vogliamo essere una risorsa per tutti, ma in particolare per quelli più giovani di noi.
Vogliamo che credano di poter avere anche loro delle aspettative, e che non si preoccupino se dovranno cambiarle o ridimensionarle.
Vogliamo aiutarli a costruirsi un futuro di opportunità.
Vogliamo aiutarli ad impegnarsi e a lottare. Non contro, ma per qualcosa.
Vogliamo aiutarli a fidarsi di quelli più bravi tra di loro, e vogliamo che a loro volta aiutino quelli meno bravi a tenere il passo.
Vogliamo dire loro di non cercare modelli e esempi dove non ce ne sono. Di cercarli tra di loro. Vogliamo che imparino a scegliere tra di loro i leader che li guideranno domani. I leader che ci guideranno tutti, domani.
So che cosa vi state chiedendo adesso.
Perché lo facciamo?
Perché dovremmo preoccuparci di quelli più giovani, noi trentenni che ogni tanto abbiamo l’illusione che “ce la stiamo facendo”, che in tanti altri casi facciamo ancora fatica noi stessi? Perché dovremmo voler sostenere chi viene dopo di noi, fare da apripista, metterci impegno anche per loro, quando abbiamo così tanto da pensare ancora per noi?
Ho una sola risposta, semplice, diretta.
Perché se i ventenni di oggi non ce la faranno, non saranno condannati solo loro. Saremo condannati pure noi. Saremo condannati tutti.
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A metà dell’800, i giovani costruirono l’Italia unita.
A metà del ’900, i giovani ricostruirono un’Italia distrutta dalla guerra.
Vogliamo davvero essere da meno, oggi?
Alcuni dicono che i paragoni con la storia non reggono.
Va bene.
E quelli con la geografia?
Quelli con i nostri coetanei dall’altra parte del Mediterraneo, che stanno cercando di cambiare, partendo da una povertà molto più drammatica e diffusa della nostra; partendo da un sistema ben più ingessato, elitario, conservatore?
Un anno fa, non alla metà dell’800 o del ’900.
Dov’è, la nostra primavera?
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A coloro che hanno vent’anni oggi voglio dire questo:
Voi vi aspettate molto dal Paese, e giustamente.
Ma da oggi sapete che il Paese si aspetta ancora di più da voi.
Noi ci siamo, per far sì che questo diventi il vostro tempo.
Siate coraggiosi.
Siate “i prossimi”.
(Per scaricare il discorso in formato pdf clicca qui)