L’Unione europea ha fatto del principio di sussidiarietà uno dei pilastri dell’attuazione delle politiche comunitarie. In Italia, però, la sussidiarietà ha avuto un impatto contenuto, ed è servita esclusivamente come norma istituzionale, limitandosi a definire lo spazio del potere decisionale delle autorità locali, senza contribuire[//] anche a “risvegliare i cittadini” e a dar vita a quella “sensibilità europea” necessaria a confrontarsi oggi con i nuovi problemi e ad affrontarli in maniera adeguata*.

E’ troppo tardi per rimediare? Come provare a colmare quel divario che si è creato tra istituzioni comunitarie, nazionali, locali e cittadini, contribuendo magari al tempo stesso a trovare una risposta efficace all’invito ad innovare che parte da Bruxelles? A nostro avviso, serve istituire una nuova figura in ogni amministrazione regionale e provinciale: l’assessore per Lisbona.

La strategia di Lisbona è stata adottata dai Capi di stato e di governo dell’UE nel 2000 ed ha l’ambizione di fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Dopo un bilancio modesto dei primi anni, la strategia è stata rilanciata a partire dal 2005, quando è stata ri-orientata su due obiettivi principali: crescita e occupazione. Sulla base della strategia di Lisbona, le istituzioni europee e gli stati membri lavorano, tra l’altro, per creare un ambiente più favorevole alle imprese e allo spirito imprenditoriale, puntando su competitività e innovazione.

La strategia insiste sul vantaggio che possono rappresentare lo sviluppo dell’economia della conoscenza e della società dell’informazione, e mira a sviluppare una forte componente sociale, che implica ad esempio un’attenzione particolare alle politiche del lavoro, alla formazione professionale e all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, nonché alla componente ambientale, attraverso il sostegno alla ricerca & sviluppo nel campo delle tecnologie verdi. In una comunicazione del settembre 2006 (COM 2006 502 def), la Commissione europea ha messo poi l’accento sul ruolo che possono avere i distretti, gli appalti pubblici, e le sinergie tra università e imprese per stimolare l’innovazione. Tutto questo significa, chiaramente, una cosa sola: il successo della strategia di Lisbona dipende fortemente dal suo ancoraggio territoriale.

Il rilancio della strategia non ha sortito gli effetti sperati e l’obiettivo di fare dell’Europa la prima economia al mondo basata sulla conoscenza entro il 2010 è diventato un miraggio politico. Dobbiamo forse rassegnarci per questo? O non dobbiamo provare a rimboccarci le maniche e recuperare il tempo perduto?

Gli obiettivi della strategia restano validi. Ed è chiaro ormai che la valorizzazione dei territori sarà strumentale a qualsiasi possibilità di successo. Lisbona ha un futuro solo se riparte dal basso. E’ solo declinando a livello locale i nuovi obiettivi che si può sperare di sviluppare quelle dinamiche di crescita, innovazione e occupazione che devono permettere ad ogni territorio e comunità locale, e di conseguenza all’Europa nel suo insieme, di diventare un’economia dinamica basata sulla conoscenza.

Ancora una volta, la dimensione territoriale di Lisbona è stata riconosciuta fin dal lancio della strategia. Solo sulla carta, però. Il Comitato delle Regioni ha constatato a più riprese e “con rammarico che nell’elaborazione dei programmi nazionali di riforma, gli enti locali e regionali della maggioranza degli Stati membri non sono stati consultati in maniera adeguata, e questo in particolare perché i governi nazionali non hanno avviato un processo di consultazione” (CDR 73-2006, punto 11). Certo, qualche risposta è già stata data. Un esempio su tutti è la creazione della Piattaforma di Monitoraggio di Lisbona, che mette insieme su base volontaria oltre cento amministrazioni locali europee tra quelle con una più spiccata sensibilità versi i temi dello sviluppo e dell’innovazione, e che consente loro lo scambio di buone prassi e la cooperazione su iniziative puntuali in vista del raggiungimento degli obiettivi di Lisbona. Su questo però adesso bisogna costruire. E facendo in modo soprattutto che a partecipare siano tutti i territori, e non solo i più avanzati. Come si fa? Come si rilancia Lisbona? Vestendola di una chiara e forte dimensione politica, e cioè nominando presso ogni regione e ogni provincia italiana un assessore per Lisbona.

Ci serve proprio un altro assessore? I costi della politica non sono già esorbitanti? In linea di massima, una buona politica e una sana amministrazione non avranno problemi a dimostrare che il “costo” di un nuovo assessore sarà largamente inferiore ai “benefici”, anche economici, che la regione, o la provincia, ne ricaverà. Se chi sarà chiamato a svolgere il suo lavoro lo farà con capacità, arriveranno nuovi investimenti sul territorio, verrà stimolata l’imprenditoria locale, si riuscirà ad attingere a nuovi fondi comunitari a Bruxelles. Il nuovo assessore sarà, cioè, un investimento che si ripagherà da sé.

Non dimentichiamo poi che la nomina dell’assessore di Lisbona si inserirebbe nel processo di semplificazione burocratica: i nuovi assessori andrebbero a rilevare alcune delle funzioni che sono oggi disperse tra vari corridoi e uffici, favorendo così maggiore razionalizzazione, coerenza e impulso.

Infine, se non si vorrà comunque aumentare il numero complessivo degli assessori, si potrà sempre fondere insieme altri due assessorati. Cosicché la creazione dell’assessore di Lisbona serva anche per ripensare – in maniera più generale – l’assetto di governo a livello territoriale, in modo da renderlo davvero adeguato a rispondere alle esigenze, e alle sfide, del mondo di oggi. Una “Bassanini locale”, in un certo senso. E una Bassanini attuale.

A nostro avviso, e non solo per garantire un’adeguata visibilità a tali figure, è fondamentale quindi che si tratti di assessori e non di semplici consulenti. Una responsabilità e un mandato politico forti saranno infatti indispensabili per acquisire la necessaria robustezza e credibilità, tanto all’interno del proprio territorio, quanto all’esterno, nei confronti di aziende, investitori, o altri attori istituzionali, così da produrre una vera e propria trasformazione territoriale.

Questi nuovi assessori per Lisbona dovrebbero svolgere a nostro avviso tre compiti fondamentali.

Primo, fungere da catalizzatori per trasformare il proprio territorio in un’“area della conoscenza”, in cui università, enti, imprese multinazionali e PMI locali rafforzano i loro legami per migliorare il potenziale di ricerca e di sviluppo congiunto.

Secondo, contribuire a “mettere in rete” la propria provincia o la propria regione, e quindi contribuire all’istituzione e al consolidamento di partenariati con altre regioni europee ed extracomunitarie, che mirino allo scambio di buone prassi in materia di politiche pubbliche locali e al marketing territoriale. Sotto questo profilo, l’assessore per Lisbona dovrebbe quindi diventare una specie di “ministro degli esteri” o “ambasciatore” in Europa o nel mondo della propria provincia o regione. In alcune regioni italiane (ad es. lo Sportello Sprint delle Marche o i dipartimenti “istruzione, formazione e lavoro” di Toscana e Umbria) sono state create delle figure istituzionali che si sono ritagliate un ruolo di catalizzatori di informazioni, ma non sono riuscite a realizzare la “messa in rete” dei propri territori.

Terzo, garantire il contatto, il coordinamento e il follow-up con il membro del governo incaricato dell’agenda di Lisbona a livello nazionale. I nuovi assessori provinciali e regionali diverrebbero i “Mister / Madam Lisbon” a livello locale, e darebbero vita ad una rete ideale per la diffusione di Lisbona, in termini di traduzione degli obiettivi della strategia in strumenti operativi, su tutto il territorio nazionale.

Nella loro posizione intermedia e di raccordo tra le istituzioni europee e i governi locali, gli assessori di Lisbona avrebbero, infine, l’occasione di svolgere una potente azione politica di lungo periodo. Essi avrebbero la possibilità di diventare vere e proprie bandiere dell’Europa tra la gente, contribuendo ad avvicinare e a rendere identificabili, attraverso il proprio volto, il progetto europeo. Non tanto quello di De Gasperi e Spinelli, nobile ma novecentesco. Quanto quello moderno e dinamico, legato alle possibilità di crescita e di emancipazione per le nuove generazioni.

Infine, dal momento che si parla di novità, creatività, e trasformazione, riteniamo che questi nuovi incarichi dovrebbero essere ricoperti da dei giovani professionisti. E cioè da quei trentenni e quarantenni italiani che lavorano nell’impresa o che ne hanno avviata una; che insegnano e fanno ricerca nell’università; che lavorano come liberi professionisti, oppure come funzionari e dirigenti pubblici. Giovani professionisti che grazie alle loro esperienze professionali e personali hanno maturato una spiccata curiosità e un forte spirito di innovazione orientato alla risoluzione dei problemi e alla ricerca dell’eccellenza.

Ad avvicinare l’Europa ai cittadini, e ad aiutare l’Italia a diventare più europea e a crescere più forte, dovrebbe essere questa nuova generazione di trentenni e quarantenni, giovani che non hanno paura del cambiamento perché hanno sempre vissuto il cambiamento come un’opportunità e non come una minaccia. Grazie alle loro caratteristiche, questi professionisti saprebbero lavorare per il loro territorio avendo in testa uno spazio più ampio al quale fare riferimento, per trovare e scambiare buone prassi, generare ambizioni capaci di superare i confini nazionali, stabilire sinergie vive e attive con territori di altre regioni (non solo nazionali), con le quali condividere problematiche, ma anche affinità e punti di forza.

Il successo di questa iniziativa, infine, renderebbe i nuovi assessori di Lisbona il nuovo punto di riferimento per tutti gli altri young professionals dei rispettivi territori, consentendo di sviluppare nuove reti di eccellenza provinciali e regionali, il tutto a beneficio e servizio del Paese. E finalmente, il principio di sussidiarietà uscirebbe dai manuali di diritto pubblico o amministrativo, per diventare l’asset principale che consente ai nostri territori e alle nostre comunità locali di riprogrammare la creazione di capitale, non solo economico, ma anche sociale e culturale.

* Una prima versione di questo articolo si trova in A. Fusacchia, F. Oliva e D. Rubini, “Linfa Nuova. Aprire la politica italiana ai giovani professionisti”, Quaderno del Laboratorio democratico europeo, n. 1/ 2007.


scritto con Alessandro Fusacchia e Davide Rubini